L'intervista

Racconti e vertigini di Emilio Calcagno, coreografo catanese nel mondo.

A pochi giorni dal debutto di “Les Vertiges d’Hitchcock” al Teatro Verdi di Pisa, in programma per il prossimo 4 febbraio all’interno della Rassegna Danza 2016, il coreografo catanese Emilio Calcagno ci racconta di sé, dalla formazione presso il Centre de Danse International Rossella Hightower a Cannes e il CNDC d’Angers, alle esperienze professionali con il Ballet Preljočaj, fino alla fondazione, nel 2006 in Francia, della sua compagnia Eco. Dopo le audizioni di Parigi, Roma e Catania, è intanto pronto il cast di “Catania Catania”, produzione dedicata e ispirata alla sua terra, in scena il prossimo luglio a Bolzano Danza. E poi ancora, riflessioni sul presente della danza contemporanea e progetti per il futuro.

“Siciliano, catanese”. Si presenta così Emilio Calcagno, nonostante i ventisei anni di vita e carriera in Francia dove, dal 2006, dirige la sua Compagnie Eco. È ancora lì, nel suo sguardo azzurro di gioiosa malinconia, la Sicilia sorridente e generosa, la terra che accoglie e ferisce, l’isola che muore e rinasce se stessa in un intreccio misterioso di immutabilità e fermento. Ed Emilio sorride, lo fa con il volto e con la voce, tra le note francesi di un accento e un’anima accordati dal destino e dalla volontà. Senza esitazioni, racconta di sé con chiarezza, alla giusta distanza dalla propria terra per poterne finalmente parlare con appassionata lucidità.

Eppure, per un attimo, candidamente esita nel rispondere alla domanda su quanto si senta ancora siciliano e catanese. Perché l’essere catanese non è un attributo sul quale sia possibile interrogarsi; è come chiedersi il significato del proprio nome, sconosciuto eppure profondamente identificativo. Catania, la città tra il mare e il cielo, è esattamente come il suo vulcano, apparentemente immobile si infuoca ed esplode di lapilli di genio come una divinità imprevedibile da venerare e sfidare. Questa è la storia di Emilio Calcagno, catanese che ha volato oltre l’Etna per raggiungere nuovi cieli e che oggi vi fa ritorno riscoprendovi il centro della sua ispirazione.

Siamo in Sicilia, a Catania, all’inizio degli anni Ottanta. Cosa ti fece avvicinare alla danza?

Siciliano, catanese. L’origine del mio desiderio di studiare danza è un po’ un mistero perché quando ero piccolo l’unico riferimento che avevo erano gli show televisivi del sabato sera. Non conoscevo la danza classica né tanto meno la danza contemporanea, ma ero affascinato dalle coreografie che vedevo in tv, soprattutto perché mi rendevo conto che anche i ragazzi potevano ballare. Era qualcosa di nuovo che nella mia città, in quegli anni, non veniva ancora accettato. Ricordo che a 10 anni, in un piccolo paese dell’etneo, tentai di iscrivermi ad una scuola di danza e mi dissero che in quanto maschio avrei dovuto giocare a calcio. Non mi scoraggiai e l’anno successivo mi presentai da solo in una nuova scuola. Mi accettarono, mi iscrissi e un mese dopo lo dissi ai miei genitori. Da parte loro non ho mai ricevuto imposizioni, hanno sempre sostenuto il mio proposito di studiare danza. Le difficoltà esistevano semmai fuori dalla mia realtà familiare perché negli anni Ottanta in Sicilia c’era ancora una certa chiusura, non c’era la diffusione dei talent show di oggi e non c’era possibilità di confronto. Quando frequentavo le scuole medie era “strano” che un ragazzo facesse danza classica. Tutto questo mi ha infastidito nel quotidiano, ma non mi ha mai realmente frenato perché sono sempre stato lucido su quello che volevo fare, profondamente convinto di poter fare quello che poi ho fatto nella mia vita: ero sicuro di poter ballare, dovevo solo trovare il modo.

Nel 1989, a diciotto anni, il tuo primo viaggio in Francia, nazione che poi sarebbe diventata la tua casa. Vieni ammesso a Cannes, al Centre de Danse International Rosella Hightower, uno dei maggiori centri di formazione per danzatori in Europa. Come è andata?

Per fortuna, la mia scuola di danza organizzò un viaggio a Cannes per lo stage estivo presso il famoso Centro di Rossella Hightower. Avevo appena conseguito la maturità classica e chiesi ai miei genitori di partire per studiare danza invece di andare al mare. A Cannes trovai una realtà del tutto nuova: vidi per la prima volta altri ragazzi maschi miei coetanei danzare ed iniziai a confrontarmi con loro; inoltre conobbi diversi stili di danza e capii che il classico era solo un modo, tra tanti, per muoversi. Al termine dello stage avrei dovuto trasferirmi a Roma per iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. Ma tutto cambiò all’improvviso. Durante lo stage partecipai all’audizione per entrare nella scuola e mi accolsero con borsa di studio totale. A fine estate i miei amici siciliani rientrarono a casa, io restai. Non conoscevo la lingua, ero solo e non avevo neanche grandi possibilità economiche. Ma Cannes mi aprì le porte, gli occhi e la mente. Fu la prima vera svolta della mia vita.

A Cannes inizi a conoscere la danza contemporanea, ma non è qui che scopri la tua direzione artistica. Dietro l’angolo della tua vita, una nuova svolta cambia i tuoi progetti: nel 1993, vieni ammesso al Centre national de danse contemporaine d’Angers, prestigioso centro coreografico nato nel 1978 e guidato originariamente da Alwin Nikolais. Un luogo dedicato alla danza contemporanea che ha contribuito allo sviluppo della nouvelle danse française, frequentato da alcuni dei maggiori autori internazionali come Maguy Marin, Merce Cunningham, Mathilde Monnier, Daniel Larrieu. Cosa ti ha portato ad Angers e cosa ricordi di quegli anni di intenso studio?

A Cannes avevo iniziato a conoscere la danza contemporanea ed era stato sufficiente a farmi comprendere quante lacune avessi. Avendo studiato sempre e solo classico, il mio corpo non era preparato a questo studio, al lavoro per terra o al movimento della schiena. Dopo un anno e mezzo sentii di dover lasciare la scuola perché desideravo conoscere nuovi luoghi e generi di danza. Ero sul treno per trasferirmi in Svizzera quando il caso mi fece incontrare la persona che poi avrei amato per oltre dieci anni e che mi riportò nuovamente in Francia. Dopo qualche tempo durante il quale approfondii lo studio della danza contemporanea tra Nizza e Monte-Carlo, alcuni professori dell’Académie de danse di Marika Besobrasova mi suggerirono  di tentare l’audizione per il CNDC d’Angers perché trovavano che avessi predisposizione al movimento contemporaneo e doti creative. L’audizione fu difficile, c’erano più di 700 candidati e le classi erano aperte solo a 14 studenti. Fui tra i pochissimi italiani ad entrare. Di nuovo, un enorme cambiamento nella mia vita che mi portò a confrontarmi con i coreografi di danza contemporanea più importanti sulla scena mondiale. Sottolineo che gli studenti di Angers ricevevano uno stipendio durante gli anni di studio; era dunque la prima volta che riuscivo a mantenermi grazie alla professione di danzatore. Furono anni di lavoro intenso perché al Centro di Angers i docenti cambiavano ogni due settimane e ogni volta dovevamo rimetterci in gioco. In più avevamo una serie di spettacoli da vedere per confrontarci con la realtà coreografica contemporanea e comprendere cosa potesse corrispondere alla nostra creatività (stimolo che oggi manca ai giovani). I direttori Joëlle Bouvier e Régis Obadia all’epoca rappresentavano la migliore danza contemporanea francese e lavoravano con le maggiori compagnie nazionali permettendoci di conoscerle da vicino. Mi resi conto che la danza contemporanea era la mia strada e già all’epoca realizzai alcune piccole creazioni coreografiche.

Con questo ricco bagaglio formativo, a metà anni Novanta, inizi la tua carriera di danzatore professionista e lavori ad Aix-en-Provence con il coreografo Angelin Preljočaj negli anni d’oro della sua compagnia. Come vivi questi anni di grandi produzioni e tournée internazionali? E cosa ti porta, nei primi anni Duemila a smettere di danzare? Sentivi già l’urgenza di creare?

Al termine del secondo anno ad Angers i direttori mi dissero che ero pronto per lavorare e scelsi di partecipare all’audizione per il Ballet Preljočaj, all’epoca una delle maggiori compagnie di danza contemporanea in Europa nel cui modo di lavorare mi riconoscevo perfettamente. Di nuovo fui tra i pochi italiani selezionati e iniziò un’avventura bellissima perché sin dall’inizio ci fu grande affinità mentale con Angelin. Eravamo danzatori stabili e ben pagati, facevamo circa cento spettacoli a stagione e viaggiavamo moltissimo (New York, Sidney, Tel Aviv, Mosca, spesso anche in Italia). Aver danzato tanto in poco tempo fu probabilmente ciò che mi spinse a smettere. Proposi allora al centro coreografico di Preljočaj un progetto formativo del quale fui nominato direttore pedagogico e che mi permise di mettere in campo i miei progetti, coreografare e insegnare ai giovani (progetto europeo D.A.N.C.E., in collaborazione con i coreografi Frèderic Flamand, Angelin Preljočaj, William Forsythe e Wayne Mac Gregor). Angelin accolse la proposta perché conosceva le mie abilità d’invenzione al di là della scena e la mia dimestichezza nel parlare con spettatori di ogni genere; non a caso realizzai progetti di danza contemporanea nelle piazze pubbliche, negli ospedali, nelle discoteche, nelle prigioni, nei mercati. Il mio ruolo era quello di introdurre la danza anche al pubblico che non ne aveva alcuna conoscenza, quel pubblico che non era ancora pronto a pagare un biglietto per uno spettacolo in teatro.

E arriviamo al 2006, anno di fondazione della tua compagnia Eco. È stato difficile realizzare il tuo progetto artistico?

All’inizio è stato complicato anche se in parte conoscevo le difficoltà di creare una compagnia da zero. Ho scelto di abbandonare una struttura grande e stabile per andare verso qualcosa di nuovo, incerto, con danzatori, per forza di cose, “intermittenti”. La prima vera difficoltà è stata trovare un luogo, una struttura in cui lavorare. Un grande passo avanti è stato l’aver ottenuto nel 2008 una residenza presso La Faïencerie – Théâtre de Creil che mi ha portato poi a ricevere sovvenzioni regionali e statali. La crisi è presente anche in Francia, tuttavia posso dire di essere stato supportato dalle istituzioni forse anche grazie alla carriera che ho alle spalle, nonostante i francesi non regalino nulla e giudichino secondo i risultati in scena. Ho portato avanti un progetto alla volta con collaboratori diversi a seconda della produzione. Sono stato fortunato ma ho anche lavorato tanto.

Quali sono state le iniziative che hanno attirato l’attenzione del pubblico e della stampa francese sulla tua attività?

Un ottimo progetto è stato BDance (comprendente le creazioni Peter Pan, Comète Comix e l’installazione Archipel, create tra il 2007 e il 2011, ndr), un intreccio di fumetti e danza realizzato negli anni in cui lo stato francese ha investito sul pubblico giovane. Il fumetto in Francia ha storicamente un ruolo molto importante, da sempre ogni giornale ha un proprio vignettista o disegnatore. All’epoca non ero un esperto, ma ho sempre avuto naso per le novità interessanti e mi sono lasciato trascinare al famoso Festival del fumetto di Angoulême. Qui ho incontrato giovani fumettisti da tutta Europa e ho scoperto possibili legami con il linguaggio della danza. Ho chiesto agli autori di lavorare su scenografie e drammaturgie diverse e il progetto si è concluso al Museo del Louvre con un’installazione composta da scatole contenenti i personaggi dei fumetti rivisitati dai disegnatori. Il progetto ha ricevuto un’ottima accoglienza proprio per la mescolanza di arti diverse, cosa che ho sempre amato fare e che ho poi continuato unendo la danza al racconto fantastico o al cinema. Un altro evento importante che ho realizzato è stato, nel 2009, Nouvelle vague, progetto di recupero delle creazioni dei protagonisti del Concours chorégraphique international de Bagnolet,  (premio creato nel 1969 dal coreografo Jaque Chaurand che ha poi consacrato i maggiori rappresentanti della nuova generazione di coreografi in Francia, tra cui Jean-Claude Gallotta, lo stesso Angelin Preljočaj, Dominique Bagouet, ndr).

Come scegli gli interpreti delle tue creazioni?

La scelta avviene secondo la corrispondenza al progetto che intendo realizzare. I danzatori devono possedere le caratteristiche fisiche, mentali e tecniche adeguate all’idea che ho in mente. A volte si tratta di caratteristiche ben chiare, definite prima ancora di iniziare il lavoro, altre volte mi lascio ispirare dalle persone che partecipano alle mie audizioni. Sono spesso in tanti, centinaia, e questo mi dà la possibilità di scegliere. Cerco chi possiede l’intelligenza artistica di entrare nel mio universo e nello stesso tempo chi possa poi collaborare alla mia creazione. Non mi interessa chi copia di fronte ad uno specchio. Scelgo danzatori di ogni nazionalità e amo creare situazioni nuove di confronto tra idee e modi d’espressione differenti.

Il prossimo 4 febbraio la tua compagnia presenta al Teatro Verdi di Pisa Les Vertige d’Hitchcock, creazione del 2014 presentata in diversi teatri francesi e l’anno scorso anche in Italia, a Catania per Scenario Pubblico e al Teatro Libero di Palermo. Parlaci di questo lavoro, perché hai scelto proprio il regista Alfred Hitchcock?

Ho sempre amato il cinema; avrei potuto scegliere un regista più vicino e per alcuni versi più rappresentabile in danza come Federico Fellini, ma alla fine ho scelto la via più difficile. La complessità era innanzitutto nel trovare un’alternativa ai piani cinematografici caratteristici dell’espressionismo tedesco (sono un feroce appassionato del regista Fritz Lang). Ho dunque deciso di portare in scena la paura e di visualizzare il modo in cui si pone un corpo che fugge da situazioni impreviste e da forti emozioni come il timore, l’amore, la colpa e il pericolo. Prima di creare ho recuperato tutti i film del regista; molti li avevo già visti da bambino e questo mi ha fatto notare la differenza tra la ricezione intellettualistica dei suoi film in Francia e la “familiarità” in Italia dove Hitchcock veniva regolarmente trasmesso all’ora di pranzo. Tuttavia, in Vertiges non metto in scena un film in particolare; lo spettacolo si apre con un cadavere e cinque possibili colpevoli, è il pubblico a creare la propria trama. Per chi conosce i film di Hitchcock sarà possibile riconoscervi riferimenti ai film Gli Uccelli o Vertigo; chi non li conosce potrà viaggiare all’interno delle diverse situazioni generate dalla coreografia e dai ballerini.

Ti sei sentito regista e forse anche un po’ manipolatore “alla Hitchcock” di situazioni, personaggi e interpreti?

Tantissimo. E mi sono anche molto divertito. Ho una nozione scenica del mio lavoro coreografico, amo il mettere in scena e mi sento vicino per alcuni versi al teatro in movimento di Romeo Castellucci o Thomas Ostermeier, senza nulla togliere alla danza che resta la mia forma espressiva prediletta. Ho giocato sulle reali paure e ossessioni dei miei interpreti lavorando sulla grammatica hitchcockiana e trasportandola nel presente, fino a domandarmi come sarebbero oggi le sue bionde e glaciali protagoniste. Non trovavo utile portare in scena i film esistenti; il bello era per me vedere come i danzatori si ponevano in scena di fronte alla colpa, ad un cadavere, ad un’accusa. In un anno, incontrandolo mentalmente ogni giorno, ho persino trovato delle cose in comune tra me e Hitchcock, soprattutto nel rapporto con gli attori. Non parlava molto con loro e questa è una cosa che non faccio neanche io con i miei interpreti. Il mio dialogo è relativo al progetto, porto in scena una situazione, è la scena stessa poi a darmi una risposta a quello che chiedo tramite il corpo e l’azione del danzatore.

Cosa ti provoca vertigine?

Mi piace immaginare che le vertigini siano quelle che ti dà la tua stessa vita, o meglio ancora, la vita che ti crei e immagini per te stesso quando ti dai la possibilità di rimetterti in gioco rischiando di perdere le tue radici, come ho fatto io stesso quando sono partito dalla Sicilia. Per l’artista il senso di vertigine è, e forse deve essere, permanente perché è ciò che ti scuote e ti stimola a creare nuove situazioni di equilibrio. In un certo senso, potrei persino dirmi “amante delle vertigini”.

Lo scorso novembre è ufficialmente partita la produzione del tuo prossimo lavoro Catania Catania, creazione in residenza presso il centro catanese di ricerca e produzione per le arti performative Viagrande Studios e prossimamente in scena, a luglio, all’interno di Bolzano Danza (che ne è anche coproduttore). Nel titolo e nella creazione, un omaggio alla tua città e un richiamo alla coreografia del 1989 Palermo Palermo di Pina Bausch. In cosa si differenziano le due città siciliane? E quale Sicilia porterai in scena, quella dei tuoi ricordi d’infanzia o quella di oggi?

Catania e Palermo sono profondamente diverse tra loro. Catania è barocca non solo nell’architettura, ma anche nella personalità degli abitanti: il catanese è gioioso, ti racconta tutto di sé, respira e trasmette gioia di vivere anche quando è sommerso dai problemi. Palermo è più “araba”, sia nella tradizione architettonica che nell’atmosfera; nel cibo e persino nel parlare ha tratti più cupi e duri. Il titolo è un omaggio al pezzo di Pina Bausch dedicato a Palermo, creato proprio nell’anno in cui decisi di lasciare la Sicilia e rappresentato al Teatro Biondo, in cui noi concluderemo il primo tour di Catania Catania. Trovo che questo titolo abbia sonorità interessanti, in un certo senso rock e barocche insieme. Palermo Palermo di Bausch inizia con un muro che crolla in scena, richiamo, all’epoca, al muro di Berlino e anche all’abusivismo edilizio siciliano. Oggi, in tutta Europa, le mura si innalzano di nuovo, ci si chiude per paura dello straniero. Ventisei anni dopo, le situazioni sono diverse e complementari.

Da tempo desideravo dedicare un progetto alla Sicilia, ma sentivo di dover essere mentalmente pronto e artisticamente libero. Oggi lo sono nella misura giusta per poter tornare e riparlare di questi luoghi. È stato per me un ritorno all’infanzia e alle origini, e porterò in scena la Sicilia di sempre in cui resta attuale ed immutabile il rapporto con la donna, il denaro, la politica o la religione. Ma ci sarà anche la Sicilia di oggi, nuovo porto di immigrazioni contemporanee. Sono un siciliano che crea, oggi, attraverso un doppia cultura e questo mi dà la possibilità di rappresentare la mia terra da una prospettiva diversa.

Quanto sei ancora siciliano e catanese?

Adoro la Sicilia. Con gli anni, crescendo, cerco di comprenderla. Forse ora, anche grazie a Catania Catania, mi sto confrontando con la mia doppia identità, siciliana e francese. Ho la gioia di vivere tipica degli isolani, intrecciata al pessimismo, alla chiusura e ad un senso di isolamento che infine diventa desiderio di solitudine.

Tra gli interpreti della produzione ci sono quattro siciliani e, nonostante la differenza d’età, trovo con loro riferimenti culturali comuni che ci avvicinano molto. C’è facilità nel comprendersi e scambiarsi informazioni e questo mi riempie di soddisfazione perché mi rendo conto di aver trovato le persone giuste.

A che punto ti trovi della tua ispirazione?

Sto indubbiamente cambiando perché è la situazione artistica a modificarsi nel tempo e il coreografo cresce con gusti e situazioni che evolvono. Ho l’impressione, con Catania Catania, di tornare alle origini della mia ispirazione attraverso immagini meno estetiche e più crude. Sono stato in passato legato alla fantasia e alla narrazione, ora sento di dover tornare al reale, alla società, all’attualità.

Hai un tuo metodo creativo e stile coreografico? Fai domande ai tuoi danzatori come usava fare Pina Bausch al Tanztheater Wuppertal?

Forse qualcosa di simile al metodo Bausch lo sto sperimentando adesso con gli interpreti di Catania Catania perché mi interessa condividerne i riferimenti culturali e le esperienze di vita. I danzatori parleranno in scena in dialetto siciliano; è la prima volta che utilizzo la parola e ho deciso di farlo proprio perché il siciliano, musicale ed ironico, si presta alla rappresentazione teatrale, inoltre è impossibile non far parlare gli italiani e i meridionali per i quali il silenzio quasi non esiste.

Non direi di avere uno stile coreografico, c’è un colore che probabilmente mi caratterizza, ma ogni spettacolo è diverso. A me piace tutto e non escludo nulla, dall’hip hop al flamenco. Mi interessa principalmente cambiare e non ripetermi.

Partire o restare. Cosa suggeriresti oggi ad un giovane aspirante danzatore o coreografo?

Oggi trovo che in Italia alcune cose stiano cambiando in meglio, ad esempio è molto positiva la creazione dei Centri di Produzione della Danza. So che il problema, in Italia ma anche in Europa, è di carattere economico e lo Stato investe poco, ma l’italiano per sua natura sa adattarsi alle difficoltà e riesce a fare progetti. Anni fa avrei consigliato ad un giovane di partire; oggi penso si debba restare per costruire qualcosa di buono.

Ci sono altri progetti che ti piacerebbe realizzare in Italia? Hai un consiglio su cosa si possa fare, nell’immediato, per lo sviluppo della danza contemporanea italiana?

Mi piacerebbe organizzare un concorso coreografico e un festival di danza contemporanea che premiasse gli autori con un sostegno economico di produzione in collaborazione con importanti strutture europee. Mi riferisco naturalmente alla danza in senso ampio e multidisciplinare.

Il consiglio è formare il pubblico perché la danza contemporanea piace, ma la conoscono ancora in pochi. Non bisogna programmare uno spettacolo serale senza pensare ad attività e iniziative di coinvolgimento per lo spettatore. Anche il pubblico italiano è pronto. La danza nei musei o nelle strade non deve più essere l’eccezione, ma la quotidianità artistica del paese. Se il teatro non si riempie è l’artista a dover andare verso il pubblico!

Lula Abicca

26/01/2016

Di seguito degli estratti video dei lavori di Emilio Calcagno citati nell’intervista.

Foto: 1.-2. Compagnie Eco, Les vertiges d’Hitchcock di Emilio Calcagno; 3.-5. Compagnie Eco, Catania Catania di Emilio Calcagno; 6. Compagnie Eco, Peau d’âne, di Emilio Calcagno, ph. Jean-Claude Carbonne; 7. Compagnie Eco, Peau d’âne, di Emilio Calcagno, ph. Creaktif Axel Corjon; 8.-9. Emilio Calcagno.

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