Lutto nella danza

Addio Micha van Hoecke. Il mondo della danza è in lutto

E’ morto ieri, sabato 7 agosto 2021, all’età di 77 anni, Micha Van Hoecke, danzatore, coreografo e regista. Un artista nell’anima, un poeta del gesto dotato una cifra stilistica unica, venata di ironia e nostalgia, un autore capace di mescolare con sapienza danza, musica e parola. Riservato ma passionale, generoso e sensibile, discreto ma con una personalità fortissima, sanguigno nell’anima ma elegante nei modi, Micha era un uomo profondamente vero, libero, aperto al dialogo e al confronto, capace di spiazzarti con il suo humor sottile. Nell’articolo un ritratto della sua lunga carriera artistica iniziata con Roland Petit, proseguita con la ventennale collaborazione con Maurice Béjart, e con la creazione, negli anni Ottanta, della sua compagnia: l’Ensemble. Tantissimi gli spettacoli creati in 40 anni, le collaborazioni con Teatri e Festival. Ha diretto i corpi di ballo delle fondazioni liriche di Palermo e Roma.

Nuovo lutto nel mondo della danza. E’ morto ieri, sabato 7 agosto 2021, all’età di 77 anni, stroncato da un tumore, diagnosticato poco tempo fa, Micha Van Hoecke, coreografo, regista, danzatore, un artista nell’anima, un uomo di grande cultura, appassionato di arte, musica e filosofia, un vero maestro, un amico.

L’ultima volta che ho incontrato Micha è stato a Roma, al Teatro Olimpico, alla prima romana di SHINE Pink Floyd Moon, uno spettacolo creato per il Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo, ma completamente ricreato per la Compagnia di Daniele Cipriani. Era il 3 marzo 2020, due giorni dopo il Covid avrebbe chiuso i teatri interrompendo le recite. Micha era in fondo alla platea, accanto alla regia, con al fianco sua adorata moglie Miki Matsuse. Ricordo che ci siamo visti, ci siamo guardati negli occhi, abbiamo sorriso e, senza dirci una parola, ci siamo abbracciati, timorosi, incerti se potevamo farlo. L’amicizia, l’affetto, ha superato in un lampo la paura del Covid che proprio allora dal Nord avanzava con la sua furia devastante, e assieme a quell’abbraccio potente, silente, ma carico di significato, ci siamo dati i nostri soliti tre baci alla francese, un’abitudine di Micha che la lunghissima permanenza in Italia non ha mai cancellato.

Ho spesso ripensato a quell’abbraccio, l’ultimo che ho dato ad un amico nel mondo professionale della danza, prima del lockdown. Mai avrei immaginato che sarebbe stato l’ultimo che avrei dato a questo uomo colto e profondo. Mai avrei immaginato che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei guardato quegli occhi azzurri, dolci ma capaci di scrutarti l’anima.

Non ricordo quando è nata l’amicizia con Micha. Certamente l’ho incontrato per la prima volta, alla fine degli anni Settanta, quando ero allieva dell’Accademia Nazionale di Danza. Micha era stato invitato a Roma, assieme a Maurice Béjart, dalla direttrice dell’Accademia Giuliana Penzi, per uno stage con audizione per il Mudra, a seguito della quale Maria Grazia Galante, Adriana Borriello e altre danzatrici italiane presero il volo per Bruxelles. Ero un’adolescente, da poco innamorata della danza contemporanea, intimorita da quei quattro occhi azzurri: feroci, quasi mefistofelici, quelli di Béjart, chiari, umani, malinconici, quelli di van Hoecke.

Non ricordo invece l’anno in cui è nata la mia amicizia con Micha. Certamente è stato qualche anno dopo, negli anni Ottanta, quando si è stabilito in Italia, dando vita ad una sua compagnia, l’Ensemble, che nella seconda metà degli anni Ottanta ha trovato casa a Castiglioncello, nel Castello dei Pasquini. L’Ensemble era una compagnia meravigliosa e curiosa per quegli anni: non certo una compagnia di giro con ballerini professionisti messi assieme per fare spettacolo. Somigliava piuttosto ad una grande famiglia, composta da danzatori straordinari, molto diversi fra loro, con una fortissima personalità individuale quale unico tratto comune. Il legame, che univa Micha ai suoi danzatori, e che in diversi casi è durato per tutta la vita, era qualcosa di più che un normale rapporto fra coreografo e interpreti. C’era rispetto, affiatamento, intesa, e una collaborazione che superava gli steccati dei ruoli. C’era un’energia positiva fra loro, una luce e una forza, che si rifletteva nei loro spettacoli. Sempre.

Ricordo di aver amato da subito gli spettacoli di Micha, visionari e meravigliosi, originali e fuori da qualsiasi etichetta, poetici e venati di nostalgia.

Micha portava nel suo cuore e nei suoi spettacoli l’eleganza, l’ironia e il gusto per il divertimento di Roland Petit con cui aveva iniziato la sua carriera di danzatore nel 1960, a soli 15 anni. E portava con sé il fuoco e la passione per l’arte totale di Maurice Béjart con cui ha lavorato per 20 anni (dal 1962 al 1981) divenendo amico e complice (Micha è stato danzatore, assistente, aiuto coreografo e supervisore del Ballet du XXeme Siécle a Bruxelles, nonché direttore della sua scuola, il Mudra, un centro di formazione interdisciplinare che ha rivoluzionato la didattica della danza in Europa).

Ma soprattutto, nei suoi spettacoli, Micha van Hoecke portava le sue memorie personali, la sua famiglia e i suoi ricordi di bambino.

Micha van Hoecke era nato a Bruxelles il 22 luglio 1944 in una famiglia di artisti. Il padre, belga, era pittore. La madre era una cantante russa fuggita dalla Russia durante la rivoluzione. La zia materna era una ballerina. La sua famiglia, la sua infanzia tra musica, canto, pittura e danza, l’amore per la sorella gemella, Marina, a cui era legato in modo molto profondo, il suo essere cosmopolita ma con radici culturali russe, tornano potenti in moltissimi suoi spettacoli durante tutta la sua carriera di autore.

A suo padre, Micha dedicò il suo primo spettacolo come autore creato nel 1981 con alcuni allievi della scuola Mudra. Titolato Monsieur, monsieur, era ispirato a una raccolta di poesie regalatogli dal padre, Le fleuve chaché di Jean Tardieu. Era uno spettacolo di teatro totale tra danza, canto e recitazione miscelate con il gusto del cabaret dell’assurdo, un piccolo capolavoro venato di surrealismo, dadaismo, clownerie e trovate paradossali, che ha fatto conoscere l’Ensemble in Italia nel 1982 e che è stato più volte riallestito fino in tempi relativamente recenti. Un piccolo estratto è disponibile cliccando QUImentre di seguito vi propongo un video in cui lo stesso Micha racconta questo spettacolo.

Micha trovava fonte di ispirazione compiendo viaggi della memoria e un viaggio nella memoria è Dernière danse?, spettacolo del 1982 ambientato in una balera, una riflessione sulla solitudine dell’uomo. Per vederne un estratto cliccare QUI.

Il suo amore per la Russia, vissuta attraverso i racconti della madre, si respira in Doucha (1983), così come in Prospettiva Nievskij (1986), spettacolo liberamente ispirato a Gogol, dove in scena ai ballerini dell’Ensemble affiancò l’attore Franco di Francescantonio. Un estratto è disponibile cliccando QUI

Gli echi della sua infanzia segnano Guitare (1988), il cui titolo rimanda alla chitarra, simbolo di femminilità, ma anche strumento musicale utilizzato dalla madre di Micha per accompagnare le nenie tzigane sussurrate a lui e a sua sorella da bambini per farli addormentare.

Il tema del viaggio e le sue radici culturali russe tornano forti in Voyage (1989), spettacolo ispirato a una lirica di Baudelaire. E’ questo un viaggio misterioso verso la morte, fatto di tante tappe. Un assaggio cliccando QUI.

Micha si è sempre sentito più russo che belga. Ha vissuto in Spagna, Francia e Italia ma non ha mai definitivamente eletto come casa nessuna nazione: «Il teatro è la mia casa» amava ripetere. Eppure alcuni luoghi, con i suoi colori e sapori, entrano di prepotenza nei suoi spettacoli. Ne è un esempio A Paris, creato nel 2001 per il Massimo palermitano con lo chansonnier Gilbert Bècaud in scena. In questo spettacolo il suo sentirsi nel profondo un emigrato russo, si unisce alla memoria dei vecchi cabaret parigini, in un nuovo e poetico viaggio nella memoria.

Conversare con Micha era affascinante. Silenzioso e discreto, si lasciava andare come un fiume in piena nel racconto della sua arte, dei suoi spettacoli, permeati di ricordi e aneddoti, sempre raccontati con quel suo linguaggio unico, che univa all’italiano parole francesi.

Nella sua lunga e intensa carriera non ha creato spettacoli solo per la sua compagnia. Anzi. Ha lavorato nel cinema (sue le coreografie del film Bolero di Claude Lelouch nel 1981) e collaborato con moltissimi teatri (dal Teatro alla Scala al San Carlo di Napoli, dall’Opéra di Parigi all’Opera di Atene) e con moltissimi festival non solo come autore di spettacoli di balletti, ma anche come coreografo e regista di opere liriche e musicali.

Tra i tanti festival corre l’obbligo ricordare sua la lunghissima collaborazione con il Ravenna Festival, una collaborazione nata nel 1990 e che si è nutrita di una forte e pluridecennale amicizia con Riccardo e Cristina Muti. Tanti gli spettacoli firmati da Micha che hanno debuttato al Festival ravennate, spesso nati proprio su suggerimento di Cristina Mazzavillani. Tra questi vanno almeno ricordati Dante Symphonie (1990), Adieu a l’Italie (1992) sule note di Rossini, À la memoire (1994), Odissea blu (1995) creato attorno al mito di Shéhérazade, Pierrot Lunaire (1998), Maria Callas, La voix des Choses (2003) e Regina della notte (2006) ispirato al personaggio del Flauto magico di Mozart.

Ha inoltre creato Orpheus di Micha van Hoecke (2008) in cui ha rivisitato uno dei miti fondanti del mondo classico, Salomé (2008) in cui lui stesso recitava il testo originale francese di Oscar Wilde, Le Baccanti di Euripide (2009), Le Troiane (2011), Comme un souvenir (2015) per il Teatro Vittorio Emanuele di Messina, Pensieri dell’anima-ritratto di Micha Van Hoecke per Padova Danza (2017).

Tante le collaborazioni con straordinarie étoile da Carla Fracci, con cui ha interpretato L’heure exquise di Maurice Béjart (1997), a Luciana Savignano, Alessandra Ferri, Natalia Makarova, Paola Cantalupo, Julio Bocca, Desmond Richardson, Jean Babilée, Marco Pierin, e Lindsay Kemp. Tanti gli artisti e registi con cui ha collaborato, tra cui Ute Lemper, Liliana Cavani, Roberto De Simone, Luca Ronconi e Pietro Garinei.

E’ stato anche direttore di Corpi di ballo: nel 1999, su invito del sovrintendente Francesco Giambrone, ottenne l’incarico di direttore del ballo e coreografo principale del Teatro Massimo di Palermo, ruolo che ha ricoperto fino al 2002 realizzando diversi spettacoli di danza, tra cui Les Mariés de la Tour Eiffel di Jean Cocteau e il già citato A Paris, e firmando la regia di alcune opere liriche; nel 2010, su segnalazione di Riccardo Muti, ottenne l’incarico di direttore del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, ruolo che ha ricoperto fino al 2015 firmando alcune produzioni tra cui Verdi Danse (2014).

Questa sua incredibile attività artistica non ha mai minato la sua persona.

Micha era un artista completo, un uomo di grande cultura, riservato ma passionale, discreto ma con una personalità fortissima, sanguigno nell’anima ma elegante nei modi, quasi un gentiluomo di altri tempi, capace di prenderti con delicatezza la mano per un tenero bacio come un principe nelle fiabe, prima di abbracciarti.

Era un uomo generoso e sensibile, profondamente vero, libero, aperto al dialogo e al confronto, rispettoso dell’opinione altrui e capace di mettersi sempre in discussione. Era severo, onesto, tagliente nei giudizi, ma anche profondamente gioviale e leggero, capace di spiazzarti con il suo humor sottile.

Sempre accompagnato da quella modestia propria dei grandi artisti, anche più che settantenne aveva mantenuto intatta la gioia di stare su un palco propria un ragazzino. E questa sua gioia quasi infantile, questa sua capacità di divertirsi e di ridere di sé stesso, la si è vista tutta nel dicembre 2018 al Teatro Ghione di Roma, in uno spettacolo memorabile, Pierino e il lupo… … qualche anno dopo, certamente uno dei più belli che mi io abbia visto in questi ultimi anni. Micha aveva già affrontato la partitura di Prokofiev nel 1991 in Chez Pierre et le loup. A distanza di anni, ha ripreso il titolo, salendo lui stesso sul palco coinvolgendo in una divertente follia artistica, quasi un gioco teatrale recitato, cantato e danzato, un gruppo di artisti d’eccezione, suoi carissimi amici: Luciana SavignanoDenis Ganio, Manuel Paruccini, la moglie Miki Matsuse e Yoko Wakabayashi (entrambe delle storiche danzatrici dell’Ensemble), e un manipolo di giovanissimi e ottimi interpreti.

Questa gioia di creare e fare spettacolo era tornata forte in Micha, proprio in questi ultimissimi anni. Era felice dell’omaggio che il Teatro Massimo di Palermo gli aveva reso nel luglio 2018 al Teatro di Verdura per la stagione estiva. Per l’occasione ha creato un balletto sulle note dei Pink Floyd aprendo la scatola dei suoi ricordi, portando in scena figure liberamente ispirate a sua madre e a suo padre. Tra i personaggi quello del figlio e della figlia, che in parte rappresentavano lui stesso e la sorella gemella Marina, anche lei danzatrice e poi ottima insegnante, la cui recente morte lo aveva fortemente segnato e alla quale van Hoecke ha dedicato lo spettacolo.

Una nuova versione di questo spettacolo in chiave opera rock è stata creata da Micha nel 2019 con la Compagnia Daniele Cipriani e con la musica live dei Pink Floyd Legend. Con il titolo SHINE Pink Floyd Moon lo spettacolo ha debuttato al Ravenna Festival effettuando poi un lungo tour estivo toccando diversi festival, da Taormina allo Sferisterio di Macerata. Le sue rappresentazioni sono poi proseguite nella stagione invernale fino a che il Covid ha chiuso i Teatri. E qui torniamo all’inizio di questo mio racconto.

Emblematiche le parole di Micha nelle note di programma di questo spettacolo: «La vita non è altro che la stoffa dei sogni di cui scriveva Shakespeare, una stoffa che viene continuamente ordita, tramata, disfatta e ritessuta. SHINE è un lavoro intriso di speranza, in cui la fantasia diventa l’arma per combattere il materialismo che imperversa, il potere e le brame che incombono oggi».

Addio Micha. Ti stringo forte con il pensiero e ti mando ancora una volta quei tre baci dal sapore francese  che immancabilmente segnavano i nostri incontri.

Francesca Bernabini

08/08/2021

 

Per conoscere meglio Micha van Hoecke consiglio la lettura del libro Micha van Hoecke, scritto da Carmela Piccione in occasione dei festeggiamenti dei sessant’anni di questo artista (edizioni ila Palma, 2006). Il libro raccoglie in una lunga intervista, che ha il sapore di una confidenza privata, la vicenda umana e la carriera artistica di questo personaggio unico nel panorama contemporaneo.

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