Scuole di danza

Scuole di danza. Vi hanno informato del saggio di fine anno?

Quando comunicare a un genitore che l’iscrizione ad una scuola di danza prevede la spesa del saggio di fine anno? Qualcuno evita l’argomento a settembre ottobre e lo tira fuori a metà anno come una sorpresa di Carnevale. Altri, più onestamente, affrontano l’argomento subito, a inizio anno. E qual è la cifra corretta per un saggio di danza? Difficile dirlo perché, come nei matrimoni, ce n’è per tutti i gusti e ai costi fissi si sommano le fantasie, gli usi e i costumi che rivelano differenze tra Nord e Sud d’Italia.

Siamo ormai ad ottobre. Mamme e (più raramente) papà fanno un breve riepilogo sull’organizzazione della formazione dei propri figli:

  • Scuola: ce l’ho!
  • Nuoto: ce l’ho! (scherziamo? Fondamentale!)
  • Corso di lingue: ce l’ho! (mi raccomando eh!?)
  • Corso di strumento musicale: ce l’ho! (e certo!)
  • Catechismo: ce l’ho!/ mi manca (se manca, non abbiate timore che la prossima settimana non si scappa)
  • Danza: ce l’ho/mi manca

Soffermiamoci su quest’ultima voce.  Vi avverto: mettetevi comodi perché non sarò breve.

Molti genitori hanno già avuto modo di prendere informazioni presso le varie scuole per iscrivere i propri figli a danza, molti hanno già perfezionato l’iscrizione e molti (speriamo) lo faranno a breve. Nelle varie informazioni fornite da tutte le scuole rientrano per certo l’organizzazione dei corsi, gli orari, i costi; non sempre invece vengono illustrate a settembre le modalità con cui si svolgerà il saggio di fine anno.

Spesso un genitore che si avvicina per la prima volta ad una scuola di danza, apprende che ci sarà un saggio di fine anno sottoscrivendo il regolamento della scuola. Generalmente il contenuto di questo regolamento è più o meno sempre lo stesso per tutte le scuole. Anzi fin troppe volte risulta identico fra scuole del nord e del sud Italia, frutto di un selvaggio copia e incolla la cui matrice originaria è tutta da scoprire. La personalizzazione avviene attraverso il logo ed il nome della scuola (una ballerina in arabesque piuttosto che in attitude, il nome che cambia da Odette a Giselle o da Accademia a Centro Professionale) a sottolinearne la presunta unicità… geniale aggiungerei (!!!). Lode chiaramente a chi lo personalizza in toto.

Molto spesso all’interno di questo famoso regolamento (copiato o non), compare la voce SAGGIO, alias spettacolo più o meno sfarzoso generalmente messo in scena tra la metà di maggio e i primi di luglio con protagonisti gli allievi della scuola alla fine dell’anno di studio. Spesso viene fatto riferimento ai costi da sostenere e a volte viene anche indicato il luogo dove sarà svolto.

Tutto ciò, a mio modesto avviso, fa parte di un ottimo principio di trasparenza e correttezza nei confronti delle famiglie. Non importa, in questo caso, se il regolamento è stato copiato da internet: aver inserito la voce saggio tra i punti previsti è una tra le voci di merito di una scuola di danza sempre a patto che questa informazione non sia scritta in lillipuziano e che sia stata anticipata da un’adeguata informazione preventiva a voce (quante volte si firmano regolamenti o si accettano condizioni senza leggere cosa c’è scritto?).

Ma ahimè, non sempre è così.

Partendo dal presupposto che in molte scuole il regolamento non è neanche contemplato, la parola saggio molto spesso giunge all’orecchio del genitore alle prime armi solo verso il mese di febbraio come uno scherzo di carnevale.  E in questo caso ci si può ancora ritenere fortunati se si pensa che esistono scuole che comunicano le condizioni economiche di partecipazione e le quote costumi solo 10 giorni prima dell’evento.

La mancanza di comunicazione delle quote saggio ad inizio anno (almeno a grandi linee) è a mio parere una mancanza di rispetto nei confronti dei genitori. Mandare avanti una famiglia al giorno d’oggi non è cosa facile, non sono pochi coloro che fanno i salti mortali per non far mancare nulla ai figli e moltissimi genitori pianificano tutte le uscite tempo prima. Non informare adeguatamente una famiglia alla sua prima esperienza, comunicandogli in ritardo o con poco anticipo a quali spese andrà incontro, è davvero una profonda mancanza di rispetto.

Proviamo ad immaginare come si può sentire un genitore che non riesce a sostenere una spesa come la quota saggio che piomba tra capo e collo a metà anno. Nei mesi precedenti il suo bimbo ha preso lezione, ha fatto amicizia con gli altri bambini della classe, si è affezionato agli insegnanti, ha imparato con gioia le coreografie del debutto, si è entusiasmato. Il genitore in questione non ha molta scelta tra:

1) sottoscrivere un debito in banca per vedere il proprio figlio felice (e in questo caso speriamo non glielo rinfaccerà mai)

2) rinunciare al saggio e spiegare al bimbo perché non è possibile farlo salire sul palco, eventualità questa che crea un senso di inadeguatezza nel genitore e inevitabilmente un dispiacere ad entrambi.

Agli insegnanti che hanno paura di perdere iscrizioni comunicando a inizio anno le quote saggio domando: avete mai pensato a come si può sentire un genitore che sceglie una delle due soluzioni sopra citate? E il bimbo? Perché metterli in questa situazione e fargli vivere questo disagio? Non sarebbe più carino comunicare a inizio anno tutte le spese a cui andranno incontro? Un genitore si può organizzare, pianificare la spesa. Certamente gli si eviterà di sentirsi inadeguato e gli si eviteranno notti insonni a cercare di trovare le parole migliori per convincere il bimbo che non può indossare un bel costume e salire sul palco nonostante i suoi sforzi nel seguire le lezioni.

La brutta abitudine di questo modus operandi è legata molto spesso a richieste di cifre spropositate per la partecipazione ai saggi. Sono meridionale, sono fiera di esserlo ed amo profondamente la mia terra con tutti i pro e i contro, ma viaggiando per lavoro e navigando quotidianamente nel web, debbo ammettere che c’è qualche differenza tra nord e sud d’Italia rispetto a questo argomento. Resta inteso e sia ben chiaro che sto parlando per grandi linee e che le eccezioni si intendono chiaramente presenti sia nel meridione che nel settentrione.

Il nord ed il centro offrono in molti casi teatri che comprendono nel loro affitto anche impianto audio, luci, quinte, fondali e tappeto danza. In questi luoghi molto spesso le scuole si organizzano con una quota di partecipazione ad allievo che oscilla tra i 50 e gli 80 euro di base, ma i biglietti di ingresso sono a pagamento e i costumi esclusi. Spesso i teatri sono comunali ed hanno un costo accessibile, anche se poi bisogna provvedere in molti casi all’allestimento tecnico, che generalmente è sempre molto efficiente ma basico. I costumi, sono sicuramente importanti per alcuni ruoli, ma (soprattutto al nord e nelle grandi città) le scuole scelgono molto spesso linee essenziali e confezioni estremamente semplici. Anche le scenografie hanno spesso lo stesso stile. Peccato perché anche se la sostanza coreografica e la sua esecuzione risultano interessanti e pulite, in taluni casi un abito di scena creato con una maggiore attenzione ed una proiezione o un fondale a corredo, potrebbero dare un valore aggiunto a tutto il lavoro. Mi rendo conto che l’utilizzo dei body della lezione con una calza coprente a completarne l’outfit viene scelta spesso come soluzione anche al saggio per evitare di gravare economicamente sulle famiglie, ma in questo caso l’augurio è che gli allievi abbiano tutti delle belle linee altrimenti si andrà a sottolineare ancor di più i difetti.

Al sud invece funziona in linea di massima, in modo differente. Innanzitutto molti teatri offrono, a cifre spesso irragionevoli, locali sprovvisti di tutto il materiale tecnico e scenico. Pertanto alla prima batosta di affitto, bisogna aggiungere quelle dell’allestimento. Le quote saggio generalmente variano dai 50 euro (chiaramente se si pagano queste cifre per un teatro e non per altro, è perché la scuola conosce il sindaco, o l’assessore, o il figlio del figlio del custode della signora del piano di sopra, oppure è il “teatrino” della scuola media o dell’oratorio che abbiamo frequentato da piccoli) e possono toccare cifre da capogiro come 1.200 euro ad allievo costumi esclusi. Pensate mi sia sbagliata con gli zeri? Ed invece no, avete letto benissimo ahimè. E non sono cifre solo per le “diplomande” perché loro spesso pagano molto di più. Non parliamo dei costumi poi. Le bambine qui molto spesso sono vestite come delle meringhe dalle quali si intravedono appena gli occhietti oppure indossano tutù lunghi fino alla punta del piede a rischio caduta. L’ intenzione è ricreare nelle fantasie delle mamme l’idea delle figlie principesse (vi piace vincere facile eh?). Costi?  Viaggiamo dai 60 euro a costume per salire anche a 180/200 euro se parliamo di bimbe piccole, d’altro canto sono le “principesse di mammà”. Per le “diplomande” invece, oltre a quote saggio da capogiro, si selezionano  spesso tutù ricoperti di strass cuciti a mano da Daniel Swarovski in persona, tutù così ricchi che a confronto la Zakharova con i suoi  “ce spiccia casa”. L’importanza può essere paragonata all’abito da sposa per capirci.

E non è finita qui. Nelle quote saggio delle “diplomande” della Campania (ma non solo) c’è da aggiungere molto spesso anche un’ulteriore quota per un ballerino “professionista” (o presunto tale) che si aggira sui 1.800 euro, spesso prove e abito di scena esclusi. E tutto per cosa? Per presentare un passo a due, completo di variazione di lei, variazione di lui e coda, tratti di un balletto di repertorio (15 minuti al massimo) che l’allieva non ha mai studiato prima e che interpreta senza aver mai sostenuto una lezione di passo a due nella propria vita. Mai io dico, siamo impazziti? Non mi va di dare la colpa a nessuno in questo caso, perché se è vero che ci sono scuole che praticano questi tipi di politica è pur vero che in ugual proporzione esistono genitori che avallano certi comportamenti consentendo che questo accada ciclicamente ogni anno, da anni, in alcuni casi da generazioni. No genitori, non va bene, non va bene affatto. Per carità “ogni  scarrafone è bello a mamma soja”, ma quando è troppo è troppo anche per quelli che economicamente se la passano meglio. Pagare tanto non è sempre sinonimo di eccellenza e utilizzare troppi “fronzoli” e stupire con effetti speciali, molte volte è invece sinonimo di fumo negli occhi per nascondere qualche falla.

La professionalità è vero che va onorata e pagata, ma approfittare, abusare, strafare è cosa ben diversa.

Qual è dunque una “giusta” quota saggio? In tutta Italia le scuole che onestamente fanno il loro lavoro ripartiscono i costi per il numero degli allievi. Abbiamo già parlato dei costi di affitto di un teatro che variano considerevolmente a seconda della città, della qualità e della dimensione dello spazio scenico selezionato e/o disponibile. E a questo proposito va anche detto che spesso a fare impennare questa voce di costo ci si mettono proprio i teatri e tutti gli operatori che ci girano intorno, che, alla parola saggio, gonfiano volutamente i prezzi approfittando della concorrenza fra le scuole.

Al costo del teatro si aggiunge spesso l’obbligo di un presidio dei vigili del fuoco per tutta la durata dello spettacolo (dipende dalla grandezza del teatro). I costi in questo caso sono differenti da regione a regione. In Campania per esempio (ecco un’altra differenza tra nord e sud), e nello specifico nella provincia di Caserta, il costo è di 101 euro ad ora di spettacolo + un’ora extra suddivisa i 30 minuti per sopralluogo pre-spettacolo e 30 minuti per l’uscita del pubblico. A Roma invece è di 71 euro con lo stesso principio. In questo caso non saprei spiegarvi per quale motivo si richiedono costi differenti, anzi se qualcuno di voi lettori può far sapere a me e agli altri la motivazione, gliene sarò grata.

Ad incidere ancora c’è la SIAE, che per carità ha la sua buona ragione di esistere per tutelare autori ed editori, ma che forse dovrebbe tenere presente che il saggio ha una forte valenza educativa e dunque, forse, dovrebbe rivedere le sue tariffe soprattutto nei casi di saggi con biglietti a pagamento. E ci sono i costi dell’allestimento scenico, audio e luci.

Alla luce di quanto sopra, viene da sé che a conti fatti organizzare un saggio di danza ha davvero dei costi non sempre  chiaramente quantificabili. Per tante scuole che da nord a sud se ne approfittano, tante sono invece le scuole i cui direttori molto spesso ci vanno anche a rimettere di tasca propria. E nel mezzo c’è anche chi pur di non chiedere 10 e 20 euro in più ai genitori si “arrangia” a fare da solo abiti e scenografie o chiede collaborazione alle mamme, il che se da una parte ha tutto un sapore così dolce ed è un inno all’aggregazione, dall’altro può avere un risultato finale di una tristezza senza precedenti.

Sia ben chiaro: l’organizzazione di un saggio non è solo un lavoro di elaborazione coreografica ma è davvero un lavoro organizzativo grande e pertanto, come tutti i lavori, è giusto che sia riconosciuto, anche economicamente.

Un’ultima parola per le scuole che organizzano il saggio ad anni alterni. Beh personalmente non condivido ma rispetto profondamente la scelta, soprattutto se durante l’anno viene data la possibilità ai ragazzi di misurarsi con il palcoscenico attraverso rassegne, concorsi o altre iniziative. Se è vero  infatti che rinunciare al saggio significa dare più spazio allo studio tecnico, è pur vero che studiare per due anni di seguito senza mai mettere la testa fuori da un’aula di danza può risultare controproducente per altri versi.

Vi starete chiedendo: “E quindi?”  E quindi, qualunque sia la vostra scelta, saggio sì o saggio no, saggio con costumi a meringa o minimal più o meno chic, informate sempre genitori ed allievi in tempo utile sulle vostre modalità di partecipazione. SEMPRE!

Teresita del Vecchio

con lo “zampino” di Francesca Bernabini

10/10/2016

Foto di Francesco Guastafierro.

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