L'intervista

Fabrizio Monteverde: la rinascita oltre il presente.

In questo momento di generale sospensione della danza condividiamo alcune riflessioni di Fabrizio Monteverde, coreografo e regista, autore di tante produzioni di successo. Pur residente da qualche anno a Cuba, Monteverde si è trovato a vivere questo periodo di lockdown in Italia: da Firenze ci parla oggi della sua quarantena, tra le difficoltà del presente ma anche con nuove prospettive e speranze per il futuro della danza italiana. “Perché forse - dice Monteverde - alla fine di tutto questo, qualcosa di positivo potrà accadere”.

Coreografo e regista con oltre trent’anni di carriera alle spalle, Fabrizio Monteverde ha visto come tutti interrompersi d’un tratto la quotidianità della sua vita d’artista. Con l’esplosione dell’emergenza Coronavirus e le conseguenti misure di contenimento, la fitta tournée del suo ultimo lavoro, Io, Don Chisciotte, prodotto dal Balletto di Roma e richiestissimo in Italia sin dai primi mesi del 2020, è stata rimandata a date future, così come l’atteso tour internazionale che avrebbe visto in questa stagione il suo storico Giulietta e Romeo (creazione del 1989) viaggiare per il Brasile e la Cina con lo stesso Balletto di Roma.

Tornato di recente sulle scene dopo il precoce addio del 2014, Monteverde si è diviso negli ultimi anni tra l’Italia e Cuba, terra quest’ultima che considera ormai la sua seconda casa. Il cosiddetto lockdown lo ha però sorpreso in Italia, nei giorni di tournée con il Balletto di Roma: da Firenze ci parla oggi della sua quarantena e delle prospettive per il futuro, non solo dal punto di vista personale ma anche e soprattutto della danza in generale.

Con quale stato d’animo hai affrontato queste settimane di quarantena e l’attuale “sospensione” della danza in tutto il mondo?
«Devo ammettere che il mio stato d’animo varia di giorno in giorno e a volte mi sono sentito “provato” da questa situazione. Negli ultimi anni la mia presenza in Italia è stata determinata principalmente da motivi di lavoro: mi ero abituato a trovarmi qui e ad essere impegnato in qualcosa da fare, da pensare o studiare. In questo caso sono rimasto “bloccato” senza un vero motivo perché il lavoro è interrotto e potrebbe esserlo per un po’ di tempo. Questa sospensione forzata mi ha fatto riflettere, alternando momenti di maggiore o minore ottimismo, ma stranamente mi ha anche portato dalla passata convinzione di voler abbandonare tutto ad un rinnovato desiderio di “fare” e di creare. Quello che tengo molto a dire oggi è che questa terribile circostanza che stiamo vivendo, per alcuni versi catastrofica, potrebbe in qualche modo portare a qualcosa di buono, ad una sorta di “rinnovamento” della danza in Italia…»

Quale tipo di rinascita intravedi dietro questo scenario inatteso?
«Questo momento senza precedenti, azzerando tutto, potrebbe finalmente riportare ordine nel nostro settore, separando i “generi” che si sono sovrapposti negli ultimi anni e che hanno creato estrema confusione. Quello che mi auguro di vedere alla fine di tutto questo è un ritorno all’essenza della danza, così come all’estetica e allo splendore dell’italianità nella nostra arte: un ritorno alle origini e al valore della danza. La mia speranza è che alla rinascita corrisponda una selezione, una sorta di separazione della danza da tutte quelle ramificazioni che più che valorizzarla o arricchirla l’hanno offuscata e affossata. Tutto dovrebbe tornare nelle giuste caselle: danza da una parte, performance dall’altra».

In passato, prima dell’esplosione di questa emergenza, hai espresso qualche perplessità nei confronti della danza in Italia. Qual è la tua opinione oggi?
«La mia idea di danza non è mai cambiata, è da sempre lo strumento di comunicazione che utilizzo per esprimermi ed è quello che conosco di più. Oggi, a maggior ragione, credo che chi ha veramente qualcosa da dire debba farlo su solide basi e con strumenti appropriati: chi fa performance d’arte può utilizzare quel tipo di espressione, chi fa danza deve farla “con la D maiuscola”. Dopo una catastrofe, quando non c’è più niente, si può ricominciare a ricostruire solo dalle fondamenta. Per questo sostengo che forse tutto questo può portare alla fine a qualcosa di buono. Sebbene ci troviamo a fare i conti con qualcosa che non conosciamo arriverà un momento in cui si riprenderà a creare e a danzare e dovremo farlo a partire da qualcosa di consolidato: mi riferisco alle compagnie ma anche alle grandi scuole, che se resisteranno alla tempesta ricominceranno con serietà e forse con un entusiasmo ancora maggiore».

Pensi dunque ad un “filtro” che ci ricondurrà infine all’essenza della danza?
«Esattamente. Ci sarà, per forza di cose, una “scrematura”: nel nostro ambiente si è generata ultimamente un’insopportabile confusione tra discipline per quella che viene chiamata “contaminazione”, ma che per essere davvero tale dovrebbe presupporre la conoscenza approfondita dei diversi linguaggi. Personalmente mi dissocio dall’idea che la danza possa essere “qualunque cosa” o dal principio che “meno hai studiato, più puoi fare e creare”. Ci sono stati grandi coreografi – una su tutti, Pina Bausch – che utilizzavano anche “non ballerini”, ma dietro c’era tutto un mondo fatto di studio, approfondimento, intuizione e ricerca. Lo stesso concetto di performance ha basi ben definite e non corrisponde alla semplice “imitazione” dei grandi artisti, cosa che vedo fare oggi da alcuni mestieranti esterofili, seguaci del più bieco onanismo e teorici del nulla. Quello che desidero per la nostra danza è che ci si liberi dalle zavorre e che ci si riappropri dell’autorialità italiana: un recupero dell’arte vera, quella fiorita nei secoli nel nostro paese».

Cosa pensi della condivisione online e in streaming della danza, molto diffusa in questo momento?
«Come ho detto anche in passato, non amo molto la condivisione sui social, non solo della danza, ma anche della parola e del pensiero, perché la considero un’azione passiva; tutto il contrario della lettura di un libro, ad esempio, che presuppone la scelta di un titolo, la ricerca del testo, l’atto di acquistare l’oggetto. Così come l’andare a teatro, che coinvolge allo stesso modo una scelta e un’azione. I tanti video presenti oggi sui social, girati in casa con coreografie tra la cucina e il soggiorno, talvolta nemmeno eseguite da veri professionisti, mi hanno personalmente stancato perché questa non posso considerarla “danza”. Comprendo che possa trattarsi di sopravvivenza o di un “modo di esistere”: una scappatoia momentanea e virtuale che non può certo diventare la regola e nemmeno sostituire quei luoghi sacri in cui solamente l’arte può vivere: i teatri».

Quali sono le tue prospettive lavorative oggi?
«In questo momento mantengo il mio legame, ormai più che ventennale, con il Balletto di Roma, compagnia che, come tutte, si trova ad affrontare questo inatteso periodo di sospensione delle attività di produzione e delle tournée. Trattandosi però di una realtà consolidata, la struttura mantiene una certa positività di fondo supportata dalla convinzione di poter ripartire su solide basi, quelle date dalla sua lunga storia e dalla riconfigurazione del futuro secondo le condizioni che ci troveremo di fronte. Le date del mio Giulietta e Romeo, programmate per quest’anno in Cina e Brasile, non sono state cancellate ma per il momento solo rimandate (forse a dicembre); già questo mi dà la speranza che si possa in qualche modo, e in qualche luogo nel mondo, provare a ripartire. Inoltre, credo sia un bene non dover sottostare in questo preciso momento agli algoritmi del FUS, circostanza che lascia aperti nuovi spiragli di libertà dal punto di vista creativo e produttivo».

Quali orizzonti ci sono in questo momento per la creatività e per la tua in particolare?
«Come dicevo, in queste settimane in casa ho alternato momenti di iperattività in cui ho avuto voglia di documentarmi, di leggere e guardare film, ad attimi di pura e “immobile” riflessione. Le idee restano però sempre in moto: passo dal pensare a cose nuove al reinventare coreografie già esistenti immaginando di adeguarle alle attuali “distanze di sicurezza”. La voglia di creare è ovviamente condizionata dalle circostanze esterne e da come andranno le cose. Di certo la danza può “piegarsi” a queste condizioni solo fino ad un certo punto; può tentare degli “esperimenti”, e alcuni – per quanto possibile in questo momento drammatico – possono anche essere divertenti o riuscire a raccontare adeguatamente il nostro presente d’isolamento. Per quanto mi riguarda, tuttavia, l’orrore è ancora troppo vicino, non c’è ancora la giusta distanza per proporre uno sguardo sulla realtà che non corra il rischio di nascere in sé “fuori luogo” o banale».

Sei stato tra i pionieri in Italia della coreografia in video; pensiamo al film La luna incantata prodotto dalla Rai, con regia di Vittorio Nevano e con protagonista Alessandra Ferri. Hai inoltre spesso tratto ispirazione dal cinema e non hai mai nascosto la tua passione per la regia. Ti verrebbe in mente, adesso, una possibile “formula” per far vivere la danza almeno in video?
«Delle formule possono esserci senza dubbio, ma non credo sia il mio specifico campo o comunque non in questo caso. All’epoca colsi l’occasione di quella grande produzione in un momento in cui c’era una nuova attenzione nei confronti della coreografia anche da parte della televisione; riadattare la danza allo schermo assumerebbe per me oggi i contorni del “ripiego”. Preferisco piuttosto documentarmi, pensare e tenermi pronto per quello che verrà, perché continuo a credere che la danza abbia bisogno di un certo grado di “contatto”, tra interpreti ma soprattutto con il pubblico: la cosa più emozionante per me resta la platea, quei momenti in cui mi confondo tra gli spettatori per percepire le reazioni ad un mio spettacolo. Un “flusso”, questo, che non posso percepire né godere attraverso uno schermo o da un post su Facebook. Quel che vedo oggi sui social è sostanzialmente narcisismo, una sovraesposizione a cui siamo già assuefatti e che non mi coinvolge: io desidero tornare in teatro, con formule e in condizioni che saranno certamente diverse da prima, ma in quel luogo “fisico” che deve assolutamente continuare ad esistere».

Cosa è dunque possibile fare in questo momento?
«Innanzitutto dobbiamo essere onesti con noi stessi e riflettere sul fatto che questa disciplina non significa solamente “mettere in mostra il corpo”, ma è qualcosa di più profondo che deve toccarti dentro. Io voglio tornare ad emozionare nell’unica maniera in cui so farlo, voglio quella magia che nessuno schermo può restituirmi. La danza è “vivere” il momento della scena, così come conservare dentro di sé e riportare alla memoria quel determinato vissuto. L’arte che si riproduce sempre identica su uno schermo, con un’unica direzione “imposta” allo sguardo, allontana dall’essenza della danza. Non riesco a pensare di non poter più ascoltare la voce di un grande attore a teatro, di non poter vedere un corpo sudare e sbagliare o di non poterlo andare a rivedere per farmi raccontare, ogni sera, qualcosa di diverso. La danza la fanno gli interpreti, ma la magia nasce dall’insieme che si crea nell’attimo dello spettacolo; la fanno gli spettatori, il teatro, le luci: è una forma di “condivisione” in sé insostituibile. Io ho respirato solo questo tipo di arte ed è per me vitale, come protagonista ma anche come fruitore. La mia speranza è che si possa tornare nei luoghi della magia. E sono ottimista in questo senso: si tornerà e si tornerà alla grande. L’Italia del resto può ripartire solo da qui, dalla sua immensa bellezza e dalla sua cultura millenaria».

Cosa ti sentiresti di dire al pubblico della danza, di attendere con fiducia?
«Sì, ma anche di difendersi dal rischio di diventare “passivo” perché la danza è sì un’esigenza di chi la fa con la propria pelle, le ossa e i muscoli, ma ugualmente dovrebbe esserlo per chi ne fruisce. Il pubblico dovrebbe farsi sentire e dire, ad esempio, “guarderò il video di questo spettacolo, ma dopo averlo visto in teatro, dove esso è nato e dove è giusto che continui ad esistere”. ll video potrà raccontare il meglio di uno spettacolo, con tagli, montaggi e primi piani, ma non sarà mai come andare in teatro, luogo in grado di attivare il pensiero, la libera interpretazione, la fantasia».

Stai leggendo qualcosa, in questo momento, che potrebbe ispirare future creazioni coreografiche?
«Non so se possano diventare fonte di ispirazione per nuove creazioni, ma in questo periodo mi sono ritrovato a leggere, con nuovo sguardo, La Voix humaine di Jean Cocteau e Journal d’un corps di Daniel Pennac. Chissà, vedremo… »

Tornerai a Cuba non appena sarà possibile?
«Certamente, la mia vita è anche lì. L’emergenza è arrivata un po’ dopo rispetto a noi ma ora tutti i quartieri sono stati chiusi; il problema aggiuntivo è quello del difficile approvvigionamento di generi di prima necessità. Sono in apprensione per alcune notizie che mi arrivano e per questo sono in contatto costante con il mio quartiere cercando di capire in che modo possa dare una mano, seppur a distanza. Senza dubbio, non appena mi sarà concesso, vi farò ritorno».

Lula Abicca

0705/2020

Foto: Fabrizio Monteverde, ph. Matteo Carratoni.

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