La recensione

The Forsythe Company In Act and Thought. Un’ultima performance per ricordare l’evoluzione di un pensiero-in-movimento.

Letizia Gioia Monda racconta l’ultima performance de The Forsythe Company che si è svolta ieri, 21 giugno 2015, a Francoforte sul Meno. In Act and Thought, performance coreografica firmata da Fabrice Mazliah, e creata in collaborazione con i danzatori della The Forsythe Company, è perfetto risultato di un percorso di ricerca durato trent’anni. Lo spettacolo si è chiuso con una standing ovation e con Forsythe che è entrato in scena per portare una rosa ai suoi collaboratori come segno di riconoscimento e rispetto per il loro lavoro, la passione e la dedizione.

La mente del poeta è in effetti un ricettacolo che raccoglie e immagazzina innumerevoli sensazioni, frasi, immagini, che lì rimangono finché tutte le particelle atte a unirsi per formare un nuovo composto non sono tutte presenti.

T.S. Eliot, Tradizione e talento individuale (1922)

Come descrivereste la parola “azione”? Come spieghereste il vostro pensiero? Come poi comunichereste l’azione del pensiero e il pensiero dell’azione? E se il pensiero fosse un movimento composto di nove azioni? E se l’azione fosse il contrappunto di nove pensieri-in-movimento?

Ho pensato a lungo a come iniziare questo articolo. Ho pensato a lungo a quale fosse il modo giusto di raccontare un evento che ha segnato la storia e la coscienza di una comunità di artisti. Non solo per l’esigenza di voler riportare le informazioni in maniera onesta. Non solo per la responsabilità in cui ci si imbatte nel momento in cui ci si trova a dare voce al lavoro d’arte che compie una compagnia di performers. Ma soprattutto per la necessità di trovare un modo per esprimere quello che ha rappresentato – per me e per tutti quelli che hanno avuto l’onore di convivere e condividere – l’insegnamento trasmesso attraverso la danza da un ensemble composto da grandi menti, da grandi corpi, ma in primis da straordinari esseri umani.

Ho scelto dunque di iniziare questo articolo così come è iniziata la mia esperienza in quella che è stata l’ultima performance della The Forsythe Company che si è tenuta ieri, 21 Giugno 2015, a Francoforte sul Meno presso il Frankfurt Lab. E questa esperienza è iniziata aprendo la brochure della spettacolo e leggendo le parole sopracitate di T.S. Eliot. Parole che mi hanno portato a riflettere sul titolo della pièce, che a sua volta ha scatenato in me serie di domande. L’ermeticità di queste domande, con cui inizio il mio articolo, riflette la complessità di ciò che è stato In Act and Thought, performance coreografica firmata da Fabrice Mazliah, e creata in collaborazione con i danzatori della The Forsythe Company: Katja Cheraneva, Frances Chiaverini, Josh Johnson, David Kern, Tilman O’Donnell, Natalia Rodina, Jone San Martin, Yasutake Shimaji, Ildikó Tóth. Realizzata con l’assistenza artistica di Liz Waterhouse e Cyril Baldy, con le musiche e i suoni composti dal sound designer Johannes Helberger, con il light concept and design di Harry Schulz, con il set design dello stesso Fabrice Mazliah, realizzato da Max Schubert e Harry Schulz, e con i costumi di Dorothee Merg.

In Act and Thought si presenta come il perfetto risultato di un percorso di ricerca durato trent’anni. Una ricerca trasmessa nel corso del tempo da coreografo a performer: dal performer che si fa coreografo, dal coreografo che diventa ricercatore, dal ricercatore che diventa maestro, e così via per tre generazioni. Una ricerca coreografica che è stata possibile all’interno di una compagnia come la The Forsythe Company creata da un uomo illuminato come William Forsythe, il genio che ha rivoluzionato le coordinate del balletto classico, per proporre la riattuazione di un linguaggio ormai artefatto di una tradizione passata. Per fare ciò Bill Forsythe si è circondato nel corso di trent’anni di altrettanto finemente illuminati uomini. Con loro ha condotto la ricerca in quel territorio vasto che riconosce la coreografia come un terreno per esplorare e far fiorire di volta in volta organico e vitale il linguaggio del movimento.

Non tutti riescono a comprendere cosa abbia rappresentato questa compagnia, come con la loro azione questi artisti abbiano rivoluzionato il panorama teatrale contemporaneo. Non tutti riescono a comprendere cosa abbia costituito questa comunità di artisti. D’altronde è una sfida parlare del lavoro della The Forsythe Company. Sono passati dieci anni da quando ho iniziato la mia ricerca sul lavoro di Bill Forsythe e del suo ensemble, e ancora oggi resto sbalordita, eccitata, e commossa davanti il fascino che si manifesta nell’evanescente forma di questo pensiero coreografico. Come scrissi nel mio primo studio pubblicato sulla The Forsythe Company, come una compagnia di performers:

La The Forsythe Company lavora per mezzo di un recursivo processo di ricerca sul pensiero coreografico. In questo processo il performer è stato/ed è sempre coinvolto. Non è possibile parlare in generale del lavoro di questa compagnia di performers perché l’approccio al lavoro cambia da pièce a pièce. Ciò che è possibile assumere, è che il lavoro creativo della compagnia si basa su una radicale curiosità: loro guardano a “qualcosa”, e poi ricercano su questo in modo da poter comprendere ciò che questo “qualcosa” è o potrebbe essere[1].

Il 2005 ha segnato un cambiamento nell’approccio alla ricerca, portato avanti dall’ensemble già nel Ballet Frankfurt. Con la nascita della The Forsythe Company, i danzatori hanno teso sempre più verso una ricerca individuale e il lavoro collettivo guidato da Forsythe ha mirato a mettere in dialogo le ricerche soggettive allineate grazie all’azione del suo oggettivo occhio coreografico. Uno dei testimoni, portatori di questa tradizione, dell’evoluzione dell’ideologia che fonda questo particolare pensiero coreografico è sicuramente Fabrice Mazliah che ha iniziato a collaborare con Bill Forsythe – prima nel Ballet Frankfurt e poi nella The Forsythe Company – nel 1997. Mazliah ha iniziato ufficialmente il suo lavoro di coreografo nel 2005 con la pièce P.A.D. creata in collaborazione con Ioannis Mandafounis e prodotta dalla TFC. Successivamente nel 2009 Mazliah ha fondato con Ioannis Mandafounis e May Zarhy la compagnia MAMAZA, un collettivo di tre indipendenti dance artists che si impegnano per attuare la propria ricerca coreografica nel contesto di performance, installazioni e workshops.

Ma ritorniamo al racconto di quello che è stato un evento fortemente significativo nella storia del teatro. Dico storia del teatro e non storia della danza e non storia della performance, perché la The Forsythe Company attua un linguaggio performativo che attraversa trasversalmente tutti i linguaggi della tradizione teatrale, sovvertendo le categorizzazioni, in modo da proporne le ri-strutturazione delle forme e la mobilitazione dei significati a queste legati.

Emblema di ciò si fa In Act and Thought. Con questa performance Fabrice Mazliah ha rivoluzionato le coordinate estetiche di riferimento relative all’architettura spaziale e alla composizione temporale dell’azione teatrale. Lo spazio performativo di questa pièce si costituisce su se stesso: a partire da un cerchio (spazio numero 1), il quale dopo pochi minuti dall’inizio della performance viene suddiviso, per mezzo di tende nere, in 8 stanze spazio-temporali. Lo spettacolo si definisce per mezzo del contrappunto di 9 ambienti associativi, che vengono allineati e riassemblati continuamente nel corso di tutto lo spettacolo imponendo allo spettatore di riconsiderare e modificare costantemente il proprio punto di vista, e dunque l’approccio percettivo visuo-spaziale all’azione. Lo spazio è coreografato, la sua architettura si compone per mezzo di una drammaturgia temporale molto precisa scandita dall’azione dei performers, la quale a sua volta si auto-organizza su un sistema di segnali visivi e uditivi. Questa performance mette in scena the ongoing process of choreographic research sviluppato nel corso del tempo dalla compagnia. Dunque volendo prendere come punto di riferimento la componente “scenografica”, lo spettacolo propone al pubblico di assaporare passaggi di stato: dalla rigida e tradizionale frontalità all’illusionistica prospettiva, fino all’esplorazione di uno spazio metafisico che si definisce per mezzo del dinamismo e della relazione performativa. In questa prospettiva la performance si presenta essere il risultato di una ricerca poetica coreografica estremamente cinematica. Lo spazio si compone come il set di un film, in cui il pubblico esegue il ruolo della telecamera. È lo spettatore che sceglie a quale azione rivolgere la propria attenzione. I performers invitano lo spettatore a esplorare il set di tutti i set che, costituendosi di uno specchio, riflette la possibilità di disfarsi dell’autorità critica imposta dalla visione frontale, offrendo un sito in cui osservare le multiple soggettività in azione.

In Act and Thought è una performance che “parla” della performance. Questo lavoro conduce il pubblico ad esperire gli affascinanti misteri di cui si compone quella pratica a flusso che è l’arte coreografica della The Forsythe Company. La pièce dunque si divide in due parti – ciascuna di 60 min., con una pausa di 5 min. tra l’una e l’altra – la prima tratta del processo creativo, la seconda invece propone l’attuazione dell’evento performativo. Ma procediamo per gradi in modo da non creare fraintendimenti.

La prima parte si presenta essere la contestualizzazione dell’evento performativo. Il pubblico si accomoda in sala, negli 8 spazi disposti lungo il perimetro del cerchio. I performers sono già in scena nello “spazio 1”. Dopo una breve sessione danzata che sembra avere l’intento di voler introdurre il concept della performance, lo spazio viene riassemblato. I performers chiudono le tende e lo spazio si divide nelle 8 stanze spazio-temporali. Per ogni stanza vi è un performer diverso che spiega al pubblico come è nato e si è sviluppato il processo creativo della performance. Ogni performer intrattiene una parte del pubblico con una lezione privata sulla performance.

Che cosa spiegano i performers?

I performers raccontano che il processo di ricerca è partito dall’osservazione volta a comprendere ciò che ognuno degli artisti coinvolti nel lavoro usasse fare con piacere o cosa non usasse fare e perché. Da queste domande sono partiti sviluppando terminologie che avessero il fine di esprimere ciò che caratterizzava la loro personale e soggettiva esperienza psicosomatica. Tale processo ha condotto i danzatori a considerare la conoscenza e il sapere che avevano ottenuto nel corso del tempo grazie il lavoro di ricerca guidato da Forsythe. I performers hanno così iniziato a prestare attenzione a ciò che loro usavano fare per soddisfare con il loro corpo-mente quella poetica e ciò di cui si componeva il loro corpo-mente ma verso cui non tendevano affatto nell’elaborazione del linguaggio di movimento. Fabrice Mazliah ha dunque condotto i danzatori a considerare davvero il senso del concetto di comunità e di condivisione della conoscenza, spingendoli a creare un’entità – a cui loro si riferiscono anche con il termine “heat” – che contrapponesse armonicamente i loro soggettivi pensieri-in-movimento. Da ciò si evince che attraverso questo approccio creativo Mazliah ha fatto sì che gli stessi principi di organizzazione della coreografia venissero sovvertiti, in modo da rovesciare la politica della creazione, nella quale, infatti, non vi è stata alcuna authorship. Già la politica di creazione attuata da Bill Forsythe contraddiceva e si opponeva al sistema gerarchico classico in uso nella maggior parte delle compagnia di danza e balletto. Ma con questa performance Fabrice Mazliah è andato ancora oltre concentrando il processo creativo sull’esperienza psicosomatica dei singoli danzatori. Mazliah ha concentrato la ricerca e ha spronato i danzatori affinché il processo creativo vertesse sul rendere leggibile per mezzo di un chiaro metodo di movimento la loro individualità, utilizzando la soggettiva “skill”(abilità) come causa e come pretesto per procedere nella composizione. Un metodo creativo di forte impatto per l’emotività dell’artista, in quanto spinge i danzatori a condividere la parte più intima e preziosa del loro sé artistico. I performers hanno offerto la loro “skill” all’altro, in modo che tutti fossero consapevoli e coscienti di ciò in cui tutti erano coinvolti. Un processo di ricerca che si basa sulla comprensione di ciò che contraddistingue l’altro, e di ciò di cui si compone l’altro percepito come ciò di cui si compone anche il proprio sé. Un processo di ricerca volto a trovare comuni denominatori e a incorporare le differenze. Quindi i danzatori hanno proceduto sviluppando un training personale sul proprio metodo, che in un secondo momento ognuno ha insegnato al gruppo per mezzo di un laboratorio. Da questi laboratori è emerso un “sistema” per ogni singolo danzatore. Le domande sono state la linfa vitale che ha alimentato la comprensione del sistema in modo da procedere per produrre un avanzamento volto ad elaborare il sistema complessivo. I danzatori hanno dunque trovato connessioni tra i diversi metodi e modi per poter mettere in relazione gli aspetti invisibili dei sistemi, cioè quelli relativi ai fenomeni psicofisici.

La performance dunque si caratterizza per avere questo tipo di andamento che va da un punto di vista, da un approccio, squisitamente soggettivo e individuale ad una prospettiva complessiva che mostra la molteplice soggettività del gruppo quale unica entità oggettiva.

Come è stato già precisato In Act and Thought è una performance che “parla” della performance stessa.

La prima parte dunque si contraddistingue per essere la presentazione dei materiali: dello spazio di azione, come entità attiva e contenitore dei pensieri-in-movimento; e delle relazioni tra performer-performer/performer-spettatore/ performance-pubblico come espressione dei pensieri-in-movimento di cui si compone lo spazio complessivo, il sistema coreografico. Mentre la seconda parte si manifesta come fenomeno performativo, in cui acquisisce maggior valore e diventa parte attiva della performance il sentire, il percepire, l’esperienza empatica tra i performers, e l’esperienza simpatica con lo spettatore: l’aspetto fenomenico dell’evento teatrale. In questa seconda parte lo spettatore non fruisce semplicemente la performance, ma vi assume un ruolo attivo. Dalla propria postazione, il pubblico sceglie cosa voler vedere e da quale prospettiva. Lo spettatore viene messo nella condizione di poter essere libero di osservare e percepire l’angolazione desiderata dell’azione da/e attraverso cui decide di fare esperienza della performance, senza dover soffrire il compromesso percettivo a cui conduce la scelta dell’angolazione. La performance propone di usare la diversità e la diversificazione, l’unità e lo sdoppiamento, la triplicità e la frammentazione in infiniti altri, l’incorporazione della molteplice soggettività in un unico corpo performativo. Questo è ciò che accade quando Tilman O’Donnell esegue il proprio “solo” in cui il processo di embodiment si focalizza sull’aspetto visivo, sulla percezione visiva soggettiva dell’esperienza psicosomatica che stanno vivendo gli altri. Ciò significa O’Donnell traduce in movimento ciò che non si può vedere effettivamente attraverso lo sguardo: ecco l’azione e il pensiero. Come il pensiero si manifesta nell’azione? Come esperiamo l’azione che verte sull’evento psicosomatico? Come leggiamo gli altri attraverso il corpo? E come le menti si rivelano essere il frutto di un’intelligenza che non consideravamo presente, ma che ci rende vivi nel presente? “Image as principle of creativity”, l’immagine come principio di creatività, queste le parole di Mazliah per descrivere l’essenza che alimenta il perpetuo andamento dello spettacolo: la performance crea se stessa mentre si dispiega nel continuo processo di ricerca: il performer intuisce e traduce in un’immagine il proprio evento psicosomatico; questo si struttura in un sistema, il quale organizza un altro sistema; uest’ultiququest’ultimo ordina in maniera coerente la distribuzione spazio-temporale delle informazioni che si manifestano per mezzo dell’azione-nella-percezione dei danzatori coinvolti; il dispiegamento di nove pensieri-in-movimento, infine o di nuovo dall’inizio, si costituisce attraverso un unico pensiero coreografico. Il performer prepara ed educa lo spettatore a poter fare esperienza del fenomeno portatore di questa complessità, in cui le voci migrano da un corpo all’altro, in cui le parole si fanno pensieri, in cui i movimenti sono le azioni, in cui non c’è bisogno di dare un senso a ciò che si sta osservando, perché il senso lo si comprende solo vivendo e condividendo l’evento.

Sono passati dieci anni da quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca sulla poetica coreografica di William Forsythe e sul lavoro della The Forsythe Company come compagnia di performers. Come mi ha spiegato Fabrice Mazliah questa performance vuole essere “A proposition for Imagining Forward”. Questa performance è emblema di una proposta che verte sul privilegiare la creatività e l’aspetto fenomenico dell’esperienza performativa offerta dal performer. Questa performance è emblema di un’ideologia quella che ha mosso le azioni di una comunità. È emblema di coloro che hanno guardato alla danza come una possibilità per ricercare quel processo vitale che nutre l’arte del performer.

In Act and Thought termina con una standing ovation. I danzatori. Fabrice Mazliah. E poi Bill Forsythe, che entra in scena per portare una rosa ai suoi collaboratori come segno di riconoscimento e rispetto per il lavoro, la passione e la dedizione con cui hanno realizzato ciò che a loro riesce in maniera straordinaria: un’unica complessa e meravigliosa danza. La The Forsythe Company ancora insieme, ancora una volta al centro di quello spazio, ancora una volta unita per manifestare quel heat che si compone delle loro vibranti e stupende anime. E le lacrime dei colleghi tra il pubblico, e di noi che abbiamo avuto l’onore di vivere ed essere parte di quel fenomeno teatrale che è stata la The Forsythe Company. Andiamo via danzando, tristi e felici, pieni di speranza nel cuore. È il ciclo della vita, un percorso finisce per dare spazio all’inizio del nuovo: a nuovi pensieri coreografici, a nuove e diverse espressioni della stessa forma d’arte.

C’è un enorme raggio d’azione in cui può manifestarsi il pensiero coreografico. Il nostro augurio è che possa manifestarsi sempre con la forza e il coraggio che ha contraddistinto la storia di questa comunità.

Letizia Gioia Monda

Frankfurt am Main, 22 Giugno 2015

Foto: The Forsythe Company In Act and Thought, ph Sylvio Dittrich: 1. David Kern, Katja Cheraneva, Tilman O’Donnell, Ildikò Tòth, Yasutake Shimaji, Jone San Martin, Frances Chiaverini; 2. Ildikò Tòth, Katja Cheraneva, Josh Johnson; 3. Ildikò Tòth, Tilman O’Donnell; 4. Jone San Martin; 5. Jone San Martin, Ildikò Tòth, Yasutake Shimaji, Katja Cheraneva; 6. The Forsythe Company; 7. Natalia Rodina ph Sylvio Dittrich; 8. Tilman O’Donnell, Katja Cheraneva.



[1] Monda, Letizia Gioia, The Forsythe Company: Una Compagnia di Performers, in Viaggio in Europa Alla Ricerca del Performer. Analisi, Fonti e Documenti di un Viaggio di Ricerca sul Lavoro d’Arte del Performer tra Germania, Spagna e Italia, Edizioni Accademiche Italiane, Saarbrücken, 2014, p. 84-85.

 

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