L'intervista

Mattia Semperboni: il neodiplomato scaligero sceglie le fila del corpo di ballo del Teatro alla Scala.

Diplomato lo scorso giugno alla Scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, Mattia Semperboni spiega i motivi che lo hanno spinto a non volare all’estero come molti suoi colleghi e a entrare nelle fila del corpo di ballo scaligero. Nell’intervista i suoi ricordi alla scuola di ballo, i requisiti che a suo avviso devono avere i danzatori per arrivare a ballare professionalmente e anche un giudizio sui talent televisivi.

Mattia Semperboni neodiplomato presso la Scuola di Ballo della Scala di Milano ha da poco firmato un contratto che lo lega al Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. Considerato dalla maggior parte dei critici uno specialista dei giri, eccelle anche per prestanza fisica e assoluto controllo del corpo, supportato da una bella essenza interpretativa.

Mattia, da cosa nasce la tua passione per la danza? A che età hai iniziato a ballare?

Non c’è stato un momento esatto in cui ho deciso di voler ballare. O magari io non lo ricordo. Credo sia una passione vera e proprio che è cresciuta insieme a me, maturata nel tempo e che è sempre stata parte di me. Mi sono avvicinato alla danza a dieci anni circa, c’era un grande specchio nella casa dei miei vicini e io spessissimo mi trovavo lì davanti a ballare.

Hai frequentato qualche scuola di danza o sei entrato direttamente all’Accademia?

Come spesso succede da bambino anche io ho praticato un po’ di sport e discipline anche se a livello amatoriale. Quando ho iniziato a sentire che la passione per la danza prevaleva su tutto mi sono presentato alle selezioni della Scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, all’età di 11 anni, e da lì ho iniziato il mio percorso vero e proprio per l’avviamento al professionismo.

Lo scorso giugno ti sei diplomato alla Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala. Come ricordi l’esperienza nella Scuola?

L’Accademia è stata la mia seconda casa per tanti anni, porto con me dei ricordi che rimarranno indelebili fin dalle piccole cose. Mi ha dato tanto dal punto di vista professionale e, cosa fondamentale,  l’opportunità di studiare con maestri di livello. Sono felice di aver avuto questa opportunità che mi ha portato ad avere già belle soddisfazioni.

Con il Diploma dell’Accademia si chiude un’epoca e si apre la carriera da professionista. Molti tuoi ex compagni hanno abbandonato l’Italia. Tu che proposte hai avuto? Rimani alla Scala?

L’obiettivo di dell’ultimo anno alla Scuola, oltre al diploma, era senza dubbio trovare una collocazione a livello professionale in qualche compagnia. Ho ricevuto delle proposte tra cui un contratto con il Teatro alla Scala e ho accettato senza pensarci perché ritengo sia un onore poter ballare in un Teatro di così grande fama. E’ il teatro della mia città, dove sono cresciuto. Poter continuare qui il mio percorso mi gratifica maggiormente.

Chi ti ha aiutato o ha creduto di più in te?

Ho avuto la fortuna di avere delle persone vicine come i miei genitori che hanno creduto in me, ma non li ho mai coinvolti troppo. In Accademia ho incontrato Maurizio Vanadia che mi ha accompagnato nel percorso di studi da quanto ero piccolo fino al diploma. Lui è stato in grado di farmi maturare sotto il punto di vista tecnico ma anche mentale, ed è stata per me una persona molto speciale che ha sempre creduto nelle mie capacità, con cui si è instaurato anche un bel rapporto di amicizia.

I media hanno dato molto risalto all’ottima annata di talenti maschili che si sono diplomati recentemente all’Accademia scaligera, diciottenni che rappresentano l’Italia attraverso la danza. Tra tutti questi, quattro sono i più promettenti e talentuosi. Tu, Jacopo Tissi, Angelo Greco e Cristiano Principato. Ti ha reso felice quest’attenzione da parte della stampa e qual è stato il rapporto tra voi?

Sono molto onorato di rientrare in questi quattro nomi e mi fa piacere che siano stati scritti dei commenti positivi sul nostro conto… è una bella responsabilità! Altresì bisogna essere all’altezza delle aspettative per non deludere nessuno ma prima di tutto per non deludere sé stessi. Il rapporto con i miei compagni è sempre stato tranquillo e sereno, ci siamo divertiti molto in questi anni. Cristiano e Jacopo li conosco sin da piccoli, siamo cresciuti insieme e c’è sempre stato un bel rapporto tra di noi. Da parte mia non c’è mai stata nessuna gelosia, ho sempre pensato a fare il mio lavoro senza relazionarmi in maniera maniacale agli altri e personalmente credo sia il modo migliore per crescere.

Come è la tua giornata tipo? Quante ore provi?

La mia giornata tipo inizia la mattina alle nove con il riscaldamento e lo stretching quotidiano prima della lezione. Dopo di ché inizia una serie di prove dei balletti che sono in cartellone. Le prove finiscono verso le 17.30 solitamente, mentre quando c’è uno spettacolo si fa una lezione anche la sera e quando arrivo a casa quello che ci vuole è una bella doccia che scarica in parte la stanchezza!

Qual è stato lo spettacolo di danza al quale hai assistito come spettatore che ti ha maggiormente emozionato?

L’histoire de Manon con Silvye Guillem è stato senz’altro uno degli spettacoli più emozionanti. Era per me la prima volta che vedevo Silvye ballare dal vivo e la presenza di una dea della danza del suo calibro si sentiva in scena… si percepiva la sua presenza anche quando stava ferma. Una vera forza della natura.

Secondo te, quali sono le qualità che un giovane danzatore dovrebbe possedere per diventare degno di questo nome?

I requisiti per fare questo mestiere sono tanti, a partire da quelli fisici che ormai tutti conosciamo. Ci vogliono tante caratteristiche naturali come salto, musicalità, coordinazione, forza: tutto questo unito al talento naturale. E’ vero però, che queste doti senza una testa che sappia svilupparle non servono a niente, quindi la testa e la mentalità sono fondamentali sia dal punto di vista del lavoro tecnico sia dal punto di vista psicologico.

Come sono stati e quali preziosi consigli conservi dei tuoi maestri di danza scaligieri?

Ogni maestro della scuola mi ha dato qualcosa di diverso. A dire la verità non c’è stato un consiglio particolare che gli insegnanti mi hanno dato… solamente mi hanno insegnato a non accontentarmi mai e a credere di più in me stesso.

Un tuo personale ricordo del direttore della Scuola di Ballo, Frédéric Olivieri?

Mi ha visto crescere in questi anni e sono contento mi abbia dato fiducia e abbia creduto in me. Con lui c’è un bel rapporto. Ha dato la sua impronta alla Scuola di ballo integrando tantissimi spettacoli e trasferte cosa che raramente viene fatta e, cosa ancora più importante, ha dato la possibilità a noi allievi di confrontarci con coreografie di grandi artisti come Béjart e Balanchine e di lavorare con gli assistenti diretti di questi grandi nomi del balletto, permettendo a noi allievi di stare il più possibile in scena. Tutte queste cose assieme, sono risultate delle esperienze molto positive che, oltre ad abituarmi al lavoro vero e proprio del professionista, hanno anche contribuito alla mia crescita.

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la danza, a livello personale?

La danza non mi ha tolto niente o forse io non ho sentito la mancanza di nulla. Vivo di danza, è come il mio pane quotidiano. Se ho quello ho tutto. Semmai mi ha dato tante emozioni, la possibilità di avere un certo tipo di rigore e disciplina, che è necessaria per arrivare ad un livello alto.

Oltre la danza, hai altre passioni?

Io non ho mai trovato un qualcosa che mi appassionasse di più della danza, è il mio grande amore e lo sarà per sempre. Mi piacciono molto gli animali specialmente i cani, ne ho due e non potrei stare senza di loro… mi piacerebbe nella mia vita poter dedicare più tempo ai cani e portare a casa tutti quelli che sono per strada o nei canili, so che è un po’ difficile ma… chissà… mai dire mai in fondo la carriera del ballerino non dura poi tanto.

Hai un mito della danza al quale ti ispiri?

Un mito a cui mi ispiro? Roberto Bolle indubbiamente. In lui vedo qualcosa di speciale che lo contraddistingue da tutti gli altri. Rappresenta la perfezione sia fisica sia tecnica del ballerino maschio e lo stimo sotto tutti i punti di vista, non solo a livello di danza ma anche come persona. Sono cresciuto vedendolo ballare e adesso, poter ballare sul palco insieme a lui e averlo in sala da ballo la mattina è una bella emozione!

Com’è stata la recente esperienza con il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala in Khazakistan?

La trasferta in Kazakistan è stata la mia prima esperienza con il Corpo di ballo della Scala al di fuori dell’Italia. Siamo stati ad Astana, è una città che sta crescendo molto ma ancora in crescita. Il Teatro era molto bello e grande. Con la compagnia abbiamo portato Don Chisciotte nella versione di Nureyev. Il pubblico era entusiasta, e fa davvero piacere relazionarsi con un pubblico così caloroso.

Qual è il sacrificio più grande che richiede l’essere danzatore?

I sacrifici sono tanti, sempre, se si vuole raggiungere un certo obiettivo anche se non mi piace definirli sacrifici. L’amore per la danza mette in secondo piano tutto il resto… però ci vuole assoluta dedizione, rispetto del corpo e ricerca della perfezione.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare?

Lavorando al Teatro alla Scala mi si presenteranno tante possibilità di lavorare con coreografi importanti come ad esempio Nacho Duato e Alexey Ratmansky. Mi piacerebbe molto lavorare con William Forsythe.

E con quale ballerina ti piacerebbe danzare?

Ci sono tante ballerine eccezionali in giro per il mondo. Sono così tante che non saprei darti una risposta, ma mi viene in mente in particolar modo Polina Semionova: è veramente una danzatrice splendida. Ballare con lei sarebbe per me una grande emozione.

Cosa pensi dei talent sulla danza in televisione?

I talent sono un fenomeno di grande successo molto diffusi oggi. Credo siano una buona vetrina per tanti giovani che hanno voglia di intraprendere il mondo dello spettacolo. A mio avviso però sono degli show che puntano più sul canto anche se programmi come Amici hanno contribuito alla diffusione della danza e ben venga anche la danza in televisione. Dato che abbiamo questo mezzo fantastico non vedo perché non sfruttarlo! L’importante è stare attenti ai messaggi che si danno. Tante persone, pensano che basti fare un talent per essere “arrivati”. In realtà ci vogliono anni e anni di studio. Non bastano pochi mesi di trasmissione.

Come vedi il tuo futuro nella danza?

Questa è una domanda davvero difficile. Non vedo qualcosa in modo nitido e concreto, però mi piacerebbe continuare qui nel mio teatro a Milano dove mi sento “a casa” anche se mi rendo conto che la situazione in Italia per l’arte e la danza non è delle migliori. Tanti giovani e miei colleghi preferiscono andare all’estero dove ci sono maggiori possibilità e la danza viene considerata maggiormente; li capisco ma credo che almeno sia giusto provare a rimanere nel proprio paese e costruire qualcosa. Ognuno deve mettere un po’ del suo per migliorare le cose. Da noi le possibilità sono minori però espatriare non servirà certo a migliorare la situazione della danza italiana anche se capisco questo tipo di scelta. La mia prima esperienza, desidero farla qui, al Teatro alla Scala e spero che possa durare per tutta la mia carriera.

Michele Olivieri

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