La recensione

REf16. Rain di Anne Teresa De Keersmaeker inonda il Teatro Argentina

È andato in scena dal 14 al 16 ottobre, al Teatro Argentina per Romaeuropa Festival 2016, Rain di Anne Teresa De Keersmaeker. Creata nel 2001 e dal 2011 nel repertorio del Ballet de l’Opéra National de Paris, la coreografia torna in scena con un cast di nuovi abilissimi interpreti, ultima generazione della compagnia belga Rosas. Nuovamente sulla musica minimalista di Steve Reich, l’autrice fiamminga ne asseconda reiterazioni e pulsazioni sonore invitandoci nel suo cerchio d’estasi rigoroso. Capolavoro di estetica coreografica, Rain è incontro ideale di movimento e note, luci e costumi, scenografia e atmosfera, esaltato dalle capacità di dieci straordinari, giovani interpreti. Ovazioni dal pubblico del Teatro Argentina.

Nelle scorse notti, dal 14 al 16 ottobre 2016, al Teatro Argentina per il trentunesimo Romaeuropa Festival, Rain della fiamminga Anne Teresa De Keersmaeker ha spazzato via i suoi quindici anni d’età (la creazione originale risale al 2001 e dal 2011 fa parte del repertorio del Ballet de l’Opéra National de Paris) ed è rinata sui volti e sui corpi della nuova generazione dei ballerini di Rosas (compagnia che De Keersmaeker dirige a Bruxelles dal 1983).

Coreografia sulle note di Music for 18 Musicians dell’americano Steve Reich, Rain fa parte della fortunata produzione di De Keersmaeker su musica minimalista, di cui asseconda la trascinante pulsazione ritmica e la ripetizione di schemi sonori, senza mai arrendersi alla reiterazione meccanica del gesto. Questa volta, Anne Teresa non ci farà roteare come donne dervisci lungo geometrie rigorose e matematiche sequenze (come in Fase, creazione del 1982 sui quattro movimenti di Reich Piano Phase, Violin Phase, Come Out, Clapping Music) e non comanderà il nostro battito tra i vortici e le percussioni di Drumming (opera del 1998, sempre su musica di Reich), ma di nuovo riuscirà a condurci nel suo cerchio d’estasi poderoso, folgorati dai colori di un mondo che suona, danza e respira.

Non una goccia sul palcoscenico dell’Argentina, eppure ci sembra di sentirla quell’acqua che viene giù lenta e inesorabile; note di pioggia che colpiscono le finestre delle nostre coscienze cambiando d’improvviso l’accordo delle nostre ossessioni. Un carrello illuminato da un faro abbagliante percorre il semicerchio della scena, alle spalle di una tenda di corde dorate e sottili: come un sole accecante, nasce ad Est e scompare tra i cieli d’occidente, annunciando un ciclo di infinite albe e tramonti. Musica e ballerini invadono la scena nello stesso istante; è chiaro da subito che quelle note sono il loro stesso linguaggio, l’essenza profonda di ogni impulso al movimento, all’azione, alla vita.

 

Sette giovani donne e tre uomini, in pantaloni leggeri color grano e gonne svolazzanti di pallido rosa, entrano rapidi in fila indiana per poi rincorrersi in cerchio, serrarsi in piccoli gruppi, e nuovamente separarsi volando senza peso e senza indugi. È una lunga, ininterrotta sequenza in cui la piccola folla costruisce disegni nell’aria, come uno stormo di uccelli rosa da cui a volte vediamo staccarsi sottogruppi ribelli e animali solitari lungo le immaginarie traiettorie del cielo. Chiara e bellissima, l’inclinazione dei corpi che introduce ogni cambio di direzione: un respiro d’insieme che si accorda sul fiato dei clarinettisti di Reich e che racchiude in sé tutto il proprio futuro; sarà quell’unico respiro a generare mille evoluzioni coreografiche, in un gioco sorprendente di spazi, scambi, casualità e rischio.

Lo stile di Anne Teresa De Keersmaeker è talmente denso nel vocabolario gestuale e nella strutturazione coreografica da indurci a parlare di tecnica vera e propria. Tra echi Graham, Limón e Cunningham, il movimento De Keersmaeker insiste sulla leggerezza, sulla velocità, sull’essenzialità, e su una misurata alternanza di curve e tensioni, voli e cadute, contatti e distanze. I danzatori passano con silenziosa rapidità dal grand plié al salto, dal suolo al tour in aria, e con altrettanta disinvoltura si distaccano dall’insieme, giocano in coppia, si superano, si scavalcano, ballano in solitudine e poi di nuovo si lasciano catturare dalle mani delicate del gruppo. Le sincronie, frequenti, non sono mai l’esposizione di una maestria circense e sembrano incontrare le coincidenze del caso, la sinergia degli sguardi, l’armonia dei respiri.

 

Ci sentiremo rapiti dall’estrema varietà dinamica in scena, penseremo di far parte di un’esplosione di vita in atto e non saremo in grado di prevederne gli esiti. Ogni volta in cui crederemo di aver colto l’andamento del fenomeno, De Keersmaeker cambierà direzione al moto terrestre, facendo tramontare il sole ad Est e trasformando i suoi danzatori nelle lancette antiorarie del tempo suo schiavo.

Seguendo i colori delle luci e degli abiti (tutte le sfumature del rosa, dal conchiglia al cremisi), ci sembrerà di vivere in un’ora il cerchio di una vita intera, dall’infanzia più rosea, allo zenit infuocato dell’età adulta, alla violacea chiusura del giorno vitale. Un cerchio che rivedremo, attraverso i danzatori, nei volti spensierati e nei salti leggeri dell’inizio, nei contatti desiderati e decisi di metà percorso e nel doloroso passo a due del finale soffuso di viola.

È forse possibile riconoscere gli spunti di ispirazione dichiarati da De Keersmaeker: la drammatica vicenda dell’adolescente Janey, protagonista del romanzo Rain della neozelandese Kirsty Gunn (immaginiamo la giovane correre spensierata tra i danzatori di Rosas per poi abbandonarsi alle braccia di un uomo e al buio del senso di colpa); l’acqua purificatrice delle poesie di Paul van Ostaijen (Zomerregenlied, 1917); i tuoni d’amore in attesa del sole nella canzone di Madonna (Rain, 1993). Ma, di fatto, l’opera di De Keersmaeker si regge su se stessa, sulla raffinatissima scrittura dell’autrice, sull’abilità di interpreti instancabili, sul connubio tra movimento e note, luci e costumi, scenografia e atmosfera.

Rain è un capolavoro della forma e dell’estetica, che probabilmente segna il punto più alto della produzione della coreografa belga, esaltato dalle capacità dei giovanissimi danzatori: Laura Bachman, Léa Dubois, Anika Edström Kawaji, Zoi Efstathiou, Yuika Hashimoto, Laura Maria Poletti, Soa Ratsifandrihana, José Paulo dos Santos, Frank Gizycki, Robin Haghi, Luka Švajda, Thomas Vantuycom, Lav Crncevic. Nei rari incidenti di rapidissimi scontri comprenderemo l’arduo lavoro di improvvisazione e raccordo tra gli elementi dell’ensemble; nelle repentine soluzioni, ne apprezzeremo ancora una volta il coraggio, il tempismo, l’intelligenza. Splendide, le donne, dalla femminilità in equilibrio tra alterigia e dolcezza, attraversate dalla sensualità discreta di ancheggiamenti brevi e leziosità di spalle; sorprendente l’atletismo silenzioso di maschi decisi, ugualmente leggiadri e aitanti, morbidi e potenti.

Calorosi gli applausi del pubblico romano, esploso in sonore ovazioni al termine della rappresentazione al Teatro Argentina.

Lula Abicca

20/10/2016

La recensione si riferisce alla replica di sabato 15 ottobre 2016.

Foto: Rosas, Rain di Anne Teresa De Keersmaeker, ph. Herman Sorgeloos .

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2 Commenti

  1. dimuziotiziano

    ROMAEUROPA FESTIVAL 2016
    RAIN, Teatro Argentina
    15 ottobre 2016

    Nel 2009, in occasione della quinta edizione del Festival della nuova danza Equilibrio, vidi per la prima volta una composizione di Anne Teresa De Keersmaeker. Precisamente Rosas danst Rosas. Fu una rivelazione per me, grazie all’impatto di un linguaggio coreografico potente, concretamente postmoderno e fondato sulla ripetizione.

    A distanza di anni, con Rain – in programma al Teatro Argentina di Roma dal 14 al 16 ottobre per il Romaeuropa Festival 2016 – mi sono tornate in mente alcune di quelle immagini, unitamente alle emozioni a esse legate, le quali, attraverso “semplici” scelte – semplici, non facili – mi avevano segnato durante la precedente esperienza. Sicuramente, rispetto ai lavori del passato, il vocabolario usato dalla coreografa per la ripresa di Rain, dopo quindici anni dall’anteprima mondiale, è più virtuoso: come lei stessa confessa, in Rosas danst Rosas, ad esempio, il materiale gestuale era più facilmente identificabile.

    Un iniziale bagliore accompagna l’avanzamento dei corpi: dieci danzatori, entrando in scena con fare deciso uno dietro l’altro e attraversando lo spazio, precisamente segnato da linee colorate e incrociate tra loro, fissano sullo spettatore la prima suggestione.

    Da quel momento è tutta una sinfonia di convergenze, ripetizioni e variazioni sapientemente orchestrate in un flusso costante e scandito da respiri, impulsi, canoni mai banali e veloci all’interno di un campo magnetico in cui emotività e armonia giocano un ruolo predominante. Dieci figure protagoniste di una scena circolare delimitata esclusivamente da una tenda di fili sottili (a rappresentare la pioggia), sembrano catapultate in una città frenetica, quotidiana, dove esseri umani s’incontrano, si scontrano e, a volte, si ritrovano mediante un movimento che pare non avere mai fine o, più precisamente, che riparte proprio quando sembra essere sul punto di frenare il suo moto. La speranza e la consapevolezza che sempre si può ricominciare.

    Ispirato all’omonimo romanzo di Kirsty Gunn e costruito su Music for 18 Musicians di Steve Reich – che, come afferma la stessa De Keersmaeker, mette insieme, per la prima volta, la pulsazione intrattabile tipica della musica minimalista con un’estensione armonica più emotiva che si articola lungo tutta la composizione – Rain è caratterizzato da uno sviluppo coreografico articolato e a tratti “superbo” che riesce, comunque, a conservare la semplicità di alcune scelte come, ad esempio, quella dei costumi e dei colori, oltre a mantenere una linearità e pulizia sorprendenti; se vogliamo l’unico momento di “rottura” è il passaggio velocissimo, ma molto incisivo, al color magenta intenso di alcuni capi e delle luci.

    Tre uomini e sette donne dalle caratteristiche fisiche palesemente differenti e, tuttavia, accumunati da rapidità e fluidità di movimento, dalla padronanza tecnica e dall’estrema forza che si rende necessaria per affrontare un lavoro davvero molto faticoso. La composizione è tutta costruita sulla loro fisicità e sull’ascolto, indispensabile per un amalgama così particolare e compiuto. Essi si spostano continuamente sull’asse verticale, tra la caduta e l’ascesa, tra la terra ed energici salti verso l’alto; contemporaneamente è visibile all’osservatore quello che la stessa coreografa rileva, e che in altre parole, può essere sintetizzato con la dura prova che i danzatori sono chiamati ad affrontare, una prova che richiede immediatezza, intensità fisica e abbandono: degli animali da palcoscenico forti della tecnica acquisita e della conoscenza assoluta dello spettacolo.

    All’interno di una fitta trama di movimenti circolari, di spirali attraversate da linee rette e diagonali precisissime nel loro disegno, troviamo la “raffinatezza formale” e la “tecnica vertiginosa” di un grande gruppo unite alla genialità – perché solo di genio può trattarsi – e alla vocazione coreografica (a mio avviso la coreografia è una predisposizione, un talento innato come l’insegnamento che, sicuramente, si può coltivare e migliore ma che, altrettanto sicuramente, non si può improvvisare e/o “comprare”) di chi ha saputo tessere una tela armoniosa attraverso una contaminazione intelligente di tecnica e stile, quello inconfondibile della compagnia Rosas.

    All’uscita dal teatro, mi sono balenati in testa due pensieri (oltre al ricordo della precedente esperienza del 2009). La prima, forse una stramberia, è stata quella di andare a consultare nuovamente sul dizionario (dopo un paio di anni forse) il significato del termine coreografia. Dando credito a questa curiosità mi sono reso conto che, forse, non è stata tanto una cattiva idea, anzi. Ho capito perché mi fosse venuto in mente proprio dopo aver visto Rain: la coreografia (o meglio, spesso, “questa sconosciuta”), come arte del disegno attraverso il corpo e il suo rapporto con lo spazio, è sapientemente praticata da Anne Teresa De Keersmaeker attraverso la geometrizzazione e l’uso di strutture matematiche, senza tralasciare gli aspetti vitali dell’artista che interpreta e l’energia che si sprigiona nel rapporto del singolo con il gruppo.

    Proprio all’uso geometrico dello spazio e alle regole matematiche che lo possono regolare è legato il mio secondo pensiero-ricordo: un testo di Oskar Schlemmer dal titolo La matematica della danza (1926), generalmente considerato una delle punte più alte e significative della stagione progettuale del Bauhaus (Schlemmer concepì l’opera come una corrispondenza “matematica” e “proporzionale” tra uomo e spazio, con un ritmo che doveva servire a un’ideale “riunificazione con il cosmo”). Interessante ri-lettura e spunto di riflessione che mi accompagnano in questa tiepida giornata di metà ottobre, insieme alle considerazioni e alle immagini vive di uno spettacolo che difficilmente può essere dimenticato.

    Tiziano Di Muzio

    Ott 21, 2016 @ 14:19:11

  2. ericabravini

    Torna a battere la pioggia, vitale, armoniosa ed elegante, dopo quindici anni, torna nei teatri europei, e, in occasione del Romaeuropa Festival, sul palco del Teatro Argentina, Rosas, la storica compagnia di Anne Teresa De Keersmaeker, ci incanta con tre serate applauditissime. Dieci giovani danzatori, una scenografia a firma di Jan Versweyveld, costumi ideati da Dries Van Noten, Music for 18 Musicians del compositore americano Steve Reich, e la coreografia di A. T. De Keersmaeker; Rain non è un semplice spettacolo di danza, ma un’opera d’arte multiforme, che sperimenta ed affascina.
    La parola chiave, che riunisce tutti questi aspetti artistici è, senza dubbio, “minimalismo”, che non significa semplicità, fine a sé stessa, o poco rilevante, ma significa essenzialità, piena di significato, dal momento che il minimalismo di S. Reich, come quello della Keersmaeker è assai complesso e stratificato.
    Due stili incredibilmente affini e conformi anche se appartenenti a due mondi differenti; la collaborazione tra i due nasce a partire dal 1980 con capolavori come Fase, in cui musica e danza sembrano essere dialetticamente inscindibili. Tale collaborazione prosegue con Drumming (1998), e con Rain (2001), considerato uno dei pezzi più importanti ed ambiziosi della coreografa belga. Music for 18 Musicians accompagna ornatamente gli intricati giochi coreografici della Keersmaeker; è una tela, di certo non bianca, su cui i danzatori disegnano, a loro volta, nuove note usando come strumento un corpo danzante, pronto e dinamico. L’originale accompagnamento musicale muta in continuazione, senza però darci possibilità di comprendere il cambiamento. S. Reich evolve abilmente la composizione musicale attraverso disegni ripetitivi e geometrici e dosando con cautela i vari elementi che aggiunge di volta in volta; il risultato è quindi un ritmo martellante e quasi atonale per cui ogni elemento aggiunto cambia totalmente la narrazione ma si inserisce nel flusso armonico senza essere percepito singolarmente. Le due composizioni, quella musicale e quella coreografica, si fondano su di un linguaggio molto simile, per cui le varie frasi diverse, si intersecano, si uniscono, per poi separarsi, si ripetono e si dimenticano, in un gioco di alternanza tra gruppo/gruppi e singolo/singoli di danzatori, e di note e strumenti musicali.
    In Rain il pubblico viene trasportato in una dimensione onirica, favorita dalla sceneggiatura, dal disegno luci, e dai costumi, elementi che cambiano forma e colore nel corso dello spettacolo, ma anche dall’unione ipnotica di musica e danza che creano un equilibrio e una simmetria quasi impossibili da immaginare. Ci sembra che alcuni danzatori seguano determinate melodie musicali, mentre improvvisamente un singolo attira la nostra attenzione per il suo accordo ad una frase di violoncello, e così via, tra alternanze, ripetizioni, variazioni, sovrapposizioni e canoni che rendono varia e composita la grammatica coreografica della Keersmaeker. Minimalismo nelle linee pulite, nella fluidità dei movimenti, nell’eleganza e nella precisione dei gesti, nella sincronia dell’ensemble ma anche nello sconvolgere l’ordine e nel creare nuove combinazioni. In Rain la coreografa porta all’estremo del linguaggio la composizione coreografica calibrando sapientemente frasi, disegni, forme, movimenti singoli, combinazioni, in modo matematico e geometrico.
    Come per Rosas Danst Rosas (1983), anche per Rain esistono video didattici (della serie A Choreographer’s Score), disponibili in rete, in cui Anne Teresa De Keersmaeker spiega alla lavagna, i vari schemi logici su cui si fondano le sue coreografie; un esempio è il momento della Tresse (treccia), in cui i ballerini compongono in modo matematico una treccia immaginaria, mentre si trovano in una fila che a sua volta cammina in cerchio.
    Il titolo dello spettacolo si ispira, senza riferimenti di contenuto, ad una canzone di Madonna, ad una citazione del Macbeth, ad una poesia di Paul Van Ostaijen, ma anche al titolo omonimo di un romanzo di Kirsty Gunn. Rain però non è soltanto una citazione, è la pioggia che cade delicata sul palcoscenico, sono gocce di bellezza e armonia, i passi, i salti e le cadute dei danzatori, le note del pianoforte o degli archi, sono le fitte corde della scenografia che dall’alto si posano sul pavimento, il cui equilibrio precario viene stravolto da un deciso gesto del danzatore. Rain è una sinestesia di sensazioni uditive e visive, è l’arte che, molteplice, si accorda in sintonia, e che, per almeno 70 minuti, ci rapisce e ci porta in un sogno color rosa.

    Erica Bravini
    Danzaeffebi meets REf16

    Ott 21, 2016 @ 17:23:55

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