A Roma

La Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma chiude l’anno al Costanzi tra tradizione e contemporaneità

Tre coreografie, tre linguaggi, un unico percorso di crescita artistica. Il 15 e 16 luglio 2026 al Teatro Costanzi gli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Eleonora Abbagnato, affrontano la teatralità di Scaramouche di José Carlos Martínez, l’energia contemporanea di Pulse di Goyo Montero e il dialogo musicale di Ricercare a nove movimenti di Amedeo Amodio, in uno spettacolo che racconta la ricchezza e la varietà della formazione proposta dalla Scuola.

Dal 15 . 07 . 2026 al 16 . 07 . 2026

19.00

Roma - Teatro dell'Opera, Piazza Beniamino Gigli

Tre coreografie molto diverse tra loro, accomunate da una stessa idea di formazione: preparare danzatori capaci di attraversare linguaggi, stili e mondi teatrali differenti. È questa la sfida al centro dello spettacolo di fine anno della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma diretta da Eleonora Abbagnato, in programma il 15 e 16 luglio 2026 al Teatro Costanzi.

Sul palcoscenico del Costanzi gli allievi si misurano con tre creazioni che raccontano altrettanti modi di intendere la danza: la teatralità di Scaramouche di José Carlos Martínez, l’energia contemporanea di Pulse di Goyo Montero e il dialogo profondo tra musica e movimento di Ricercare a nove movimenti di Amedeo Amodio.
Un percorso che rispecchia l’indirizzo impresso negli ultimi anni da Eleonora Abbagnato alla Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma: mantenere salde le basi della formazione accademica aprendole al confronto con repertori, stili e sensibilità artistiche differenti.

Ad aprire la serata sarà Scaramouche, la brillante coreografia che José Carlos Martínez creò nel 2005 per gli allievi della Scuola di Danza dell’Opéra national de Paris sull’omonima suite composta da Darius Milhaud nel 1937.

Scaramouche nasce come un balletto pensato espressamente per la formazione dei giovani interpreti. José Carlos Martínez — allora étoile della compagnia e oggi Direttore del Balletto dell’Opéra di Parigi — costruì infatti il lavoro con l’obiettivo di offrire agli allievi non soltanto una prova tecnica, ma soprattutto un’occasione per misurarsi con la dimensione teatrale del balletto.

Martínez immaginò così una coreografia costruita intorno all’universo della commedia dell’arte italiana e alla figura di Scaramuccia, o Scaramouche nella tradizione francese, maschera della commedia dell’arte italiana nata nel Seicento e divenuta celebre in tutta Europa per il suo carattere guascone, ironico e spaccone. Attorno a lui si muove il mondo senza tempo delle maschere italiane: Arlecchino, Colombina, Pulcinella, Pantalone e gli altri personaggi che per secoli hanno popolato il teatro popolare e che hanno esercitato un fascino particolare sulla cultura francese, dalla corte di Luigi XIV fino al balletto contemporaneo.

Più che sul virtuosismo, Martínez concentra il lavoro sulla costruzione del personaggio, sulla qualità del gesto e sulla capacità di raccontare attraverso il movimento. La pantomima, l’espressività del volto, il rapporto con gli altri interpreti e con il pubblico diventano parte integrante della scrittura coreografica, valorizzando una componente essenziale della tradizione del balletto narrativo: quella dell’attore-danzatore capace di dare vita a un carattere prima ancora che a una variazione tecnica.

In questo senso Scaramouche rappresenta per gli allievi una palestra preziosa, perché richiede di coniugare precisione accademica, musicalità e presenza scenica, sviluppando quella maturità interpretativa che costituisce uno degli aspetti più complessi e affascinanti della formazione di un danzatore.

Il programma prosegue con Pulse di Goyo Montero, creato nel 2018 sulle musiche elettroniche di Owen Belton.

Pulse rappresenta un cambio di atmosfera molto netto rispetto al mondo narrativo e giocoso di Scaramouche: qui protagonista è la danza contemporanea, con la sua energia collettiva e il movimento come espressione pura.

Il titolo, Pulse, rimanda naturalmente al battito: il battito del cuore, il ritmo della musica, l’energia che attraversa il gruppo e mette in relazione i corpi nello spazio. La coreografia si sviluppa infatti attraverso impulsi, accelerazioni, sospensioni e ripartenze, come se i danzatori fossero attraversati da una stessa corrente vitale.

La musica del compositore canadese Owen Belton contribuisce in modo decisivo alla costruzione di questo paesaggio sonoro: una scrittura elettronica e atmosferica, caratterizzata da stratificazioni ritmiche e pulsazioni continue, che diventa quasi un motore interno del movimento. Più che accompagnare la danza, la musica sembra generarla dall’interno.

Dal punto di vista scenico, Pulse valorizza soprattutto il lavoro corale: il gruppo si compatta e si dissolve, si organizza in geometrie e traiettorie che cambiano continuamente, mettendo in evidenza non solo le qualità individuali dei danzatori ma anche la loro capacità di ascoltarsi e di respirare insieme. È proprio questa dimensione collettiva che rende il pezzo particolarmente adatto a una scuola di danza e ai suoi allievi.

Pulse fu creato nel 2018 nell’ambito del Prix de Lausanne, in occasione di un progetto speciale che riunì 51 allievi provenienti dalle scuole partner del concorso. Fu pensata per mettere in dialogo giovani danzatori provenienti da tradizioni e tecniche differenti.

A chiudere il programma sarà Ricercare a nove movimenti di Amedeo Amodio sulle musiche di Antonio Vivaldi, una delle opere più rappresentative del grande coreografo ravennate e uno dei titoli che hanno contribuito a definire l’identità della danza italiana del secondo Novecento.

La creazione risale al 1975 e debuttò al Teatro alla Scala di Milano, in una stagione di profondo rinnovamento del balletto italiano nella quale Amodio ebbe un ruolo da protagonista. Nel corso degli anni Ricercare a nove movimenti è entrato nel repertorio del Teatro dell’Opera di Roma e torna oggi in scena dopo l’ultima ripresa romana del 2000.

Questo lavoro ben evidenzia uno degli aspetti più caratteristici del linguaggio di Amodio, ossia il rapporto strettissimo con la partitura musicale: la danza non si limita ad accompagnare la musica, ma sembra nascere direttamente dalle sue linee melodiche, dai contrappunti e dalle variazioni ritmiche. In questo senso Ricercare a nove movimenti rappresenta quasi un dialogo continuo tra il corpo e la musica di Vivaldi.

Il titolo rimanda infatti al ricercare, antica forma compositiva rinascimentale e barocca fondata sull’elaborazione progressiva di un materiale tematico. Amodio trasferisce questo principio nella costruzione coreografica articolando il balletto in nove sezioni autonome ma strettamente connesse tra loro, ciascuna caratterizzata da un proprio clima emotivo e da una propria identità dinamica.

La scelta delle musiche di Antonio Vivaldi permette inoltre al coreografo di esplorare una straordinaria varietà di colori sonori e di atmosfere. Concerti per archi, strumenti solisti e ensemble differenti diventano il terreno su cui sviluppare assoli, passi a due e ampie sezioni corali, in un continuo dialogo tra frase musicale e frase coreografica. Ne emerge una danza luminosa, elegante e profondamente italiana, nella quale la chiarezza delle linee, la musicalità e il piacere del movimento costituiscono il principale veicolo espressivo.

Tre lavori molto diversi tra loro — il teatro e la narrazione di Scaramouche, l’energia contemporanea e collettiva di Pulse, il dialogo tra musica e movimento di Ricercare a nove movimenti — che restituiscono la ricchezza del percorso formativo della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma e la volontà di mettere gli allievi a confronto con estetiche, tecniche e sensibilità artistiche differenti.

«Lo spettacolo di fine anno è uno dei momenti più significativi del percorso dei nostri allievi», sottolinea Eleonora Abbagnato, direttrice della Scuola di Danza e del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. «È il momento in cui il lavoro quotidiano, fatto di disciplina, studio e dedizione, prende vita davanti al pubblico. Confrontarsi con coreografie di José Carlos Martínez, Goyo Montero e Amedeo Amodio significa affrontare linguaggi differenti e sviluppare quella versatilità che oggi è essenziale per un danzatore».

Una visione condivisa anche dal Sovrintendente Francesco Giambrone, che guarda al prossimo grande traguardo della Scuola: il centenario del 2028. «La Scuola rappresenta un progetto strategico per il nostro Teatro e, grazie alla direzione di Eleonora Abbagnato, ha raggiunto livelli di eccellenza riconosciuti anche in ambito internazionale, formando giovani artisti pronti ad affrontare le sfide della professione».

Fondata nel 1928, la Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma è infatti una delle istituzioni formative più antiche e prestigiose del panorama italiano. Il suo percorso, articolato in otto anni di studio, conduce al Diploma di Danzatore Professionista e prepara i giovani artisti ad affrontare il percorso professionale nelle principali compagnie nazionali e internazionali.

A sostenere questo percorso è oggi anche la Fondazione Roma, che affianca l’attività formativa della Scuola investendo concretamente nella crescita delle nuove generazioni di artisti. «Crediamo che investire nei giovani significhi accompagnarne il talento con percorsi di qualità e creare le condizioni affinché possano diventare i protagonisti di domani», afferma il presidente Franco Parasassi.

Un impegno condiviso che trova proprio nello spettacolo di fine anno il suo momento più visibile: il punto di arrivo di un anno di studio e, allo stesso tempo, il punto di partenza per il futuro professionale di molti giovani danzatori.

Francesca Bernabini

13/07/2026

Pr info: www.operaroma.it

Foto: 1.-3. Pulse di Goyo Montero, ph. Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma: 4. La Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, ph. Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma.

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